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BANCHE E POLITICA/ L'alternativa ai "piani" di Renzi e Ue

Pubblicazione:venerdì 19 febbraio 2016

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I quattro snodi del maxi-progetto di riforma del sistema bancario cullato dal governo portano con sé molti rischi e poche certezze. La finalità sintetizzata dal premier con la frase "meno banche ma più solide e trasparenti" induce forme non sempre volontarie di aggregazione che nel breve termine si possono tradurre nell'introversione del sistema. Popolari e Bcc si stanno per misurare con i tipici processi politici interni alle fusioni bancarie, che in passato si sono sempre tradotti in distrazioni e disservizi peggiorando il rapporto con la clientela. Ne sono un primo assaggio le discussioni tra Bpm e Banco Popolare sul numero di anni in cui la prima resterà indipendente (ipotesi gradita al sindacato dei bancari) o sul numero e la localizzazione delle direzioni generali. 

Le aggregazioni non porteranno vantaggi immediati perché lo stallo avviene nell'epoca in cui i margini dell'attività bancaria sono molto ridotti, la fedeltà dei clienti messa in discussione e il modello basato su molte filiali e molte persone è crollato definitivamente anche sotto i colpi di nuovi concorrenti che offrono servizi più efficienti a costo inferiore utilizzando tecnologia e connettività. Nel medio termine cresce invece la probabilità che i grandi gruppi bancari italiani modifichino il tipo di attività avvicinandosi ai modelli delle grandi banche europee per i quali l'intermediazione verso famiglie e piccole imprese è molto meno remunerativa e più rischiosa rispetto alle attività di trading e nell'investment banking. Tracce di questa impostazione sono recentemente apparse nelle parole dello stesso Renzi, forse suggerite dai suoi consiglieri.

Aggiungiamo che la trasformazione in spa e la quotazione delle due popolari venete non quotate è particolarmente delicata, in previsione di valori azionari lontani dai quelli teorici a cui le azioni della banca sono state offerte o imposte alla clientela e di nuove azioni legali. Questo rischio sul percorso potrebbe spiegare l'insistenza italiana a Bruxelles per ritardare le regole del bail-in su nuovi salvataggi bancari, pericolose per un sistema che ha collocato troppi titoli obbligazionari propri a clienti non consapevoli del rischio.

Infine, anche lo smaltimento delle sofferenze, persa l'occasione di una bad bank sul modello spagnolo e irlandese, passa ora per la velocizzazione delle procedure legali di recupero delle garanzie saltando anche gli stessi tribunali. Un'opzione seriamente considerata dal governo che metterebbe le banche in condizione di diventare automaticamente proprietarie degli immobili ipotecati senza attendere il consenso di un giudice e le aste fallimentari. Un'ipotesi che, pur avvicinando l'Italia ad altre giurisdizioni estere, fa intravedere una profonda rottura nei rapporti sociali con conseguenze non prevedibili.


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