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SPILLO/ La "bolla" di Twitter, Linkedin e co.

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Poi, di quando in quando, qualche scossone. Yahoo, poveraccia, ha perso la sua battaglia tra i motori di ricerca, ma un po’ di memoria dovrebbe farci tornare in mente altri nomi ancora celebri nel settore dieci anni fa - da Altavista a Lycos - che sono ormai archeologia. Twitter ha stufato tutti, tranne giornalisti e politici, con la regola demenziale dei 140 caratteri e basta più; non solo cresce meno e in molti mercati non cresce affatto, ma soprattutto non fa soldi con i suoi pur notevoli 300 milioni di utenti.

Adesso è la volta di Linkedin, che sembrava il social network “professionale” in grado di disintermediare i siti di ricerca di personale e gli head-hunter (cacciatori di teste), ma sta segnando il passo perché il criterio della meritocrazia per autocooptazione reciproca tra amici genera mostri, gente che ti “conferma competenze” che non hai mai avuto, perfetti imbecilli che si autopresentano come Pico della Mirandola, una marea montante di fuffa dove si fa fatica a distinguere un curriculum scritto con buon senso da una sfilza di baggianate. E così con 3 miliardi di fatturato nel 2015, anche il cosiddetto social network professionale si riduce a perdere quattrini e dimezzare la propria capitalizzazione di Borsa: cosa ci sia di così professionale in simili debacle non si capisce.

Vi ricordate Periscope, la “App” per le dirette video lanciata un anno fa da Twitter? Bravi, perché nessuno se la ricorda più. Va di moda Instagram, in compenso: perché guardare le figure è più facile e perché la marchetta commerciale vi imperversa, peccato che poi nessuno compri niente. E occhio a Snapshot: il sistema di messaggistica che dopo 5 secondi cancella il messaggino. Per mandare foto porno, soluzioni per gli esami e maleparole funziona alla grande. Ecco, forse questo sì che è un social destinato a durare.

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