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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ I numeri da brividi degli Usa

Gli Usa, spiega MAURO BOTTARELLI, non si trovano in un buon momento economico. E all'orizzonte non c'è nulla di promettente. La Fed dovrà anche fermare il rialzo dei tassi

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In attesa che i tassi negativi giapponesi finiscano il lavoro iniziato dalla Fed dopo il crollo di Lehman Brothers, mi permetterete di celebrare il funerale di una delle più grandi panzane della storia economica recente: la ripresa degli Usa. Stando a dati ufficiali pubblicati venerdì scorso, gli Stati Uniti sono infatti cresciuti dello 0,7% nel quarto trimestre del 2015, un passo debole e inferiore alle attese medie sul mercato dello 0,8%. Ma la frenata diventa praticamente uno schianto contro il muro rispetto al 3% del terzo trimestre e ancor più al 3,9% del secondo: insomma, per l'intero anno scorso la crescita Usa è stata del 2,4%, identica al 2014 e inchiodata vicino alla deludente media del 2,1% registrata in tutta la fase post-recessione, dal 2009 a oggi. 

Accidenti questi americani che veri fenomeni che sono! Accidenti come ha funzionato la ricetta stampa-soldi della Fed per non far crollare Wall Street! E come vi dico da almeno otto mesi, gli Usa stanno pagando a prezzo non ancora pieno ciò che la Scuola austriaca di economia definisce il ciclo di boom&bust, ovvero tassi bassi troppo a lungo che gonfiano bolle di mal-investment che poi quando scoppiano fanno male. Nel quarto trimestre 2015, infatti, a danneggiare la crescita sono state anzitutto le scorte di magazzino delle imprese, l'interscambio commerciale e gli investimenti aziendali (-1,8% in attrezzature e strutture), tutti segni del clima di fragilità internazionale - dalla crisi cinese alle ansie europee all'instabilità geopolitica - e della scarsa fiducia che ancora nutre nel futuro il business americano. 

E cosa ci dice la ratio scorte/vendite ai massimi pre-crisi? Semplice, che grazie ai tassi a zero si è andati in sovra-produzione di beni che la gente non compra perché non ha potere d'acquisto, quindi da un lato l'aumento delle scorte ha un effetto benigno sul Pil, ma quando si valica una certa soglia, quelle stesse scorte vanno consumate e quindi parte il rallentamento produttivo e della crescita. 

Giovedì scorso, il giorno prima della pubblicazione del dato sul Pil Usa, un'altra lettura macro aveva fatto mettere le mani nei capelli a molti analisti: gli ordinativi di beni durevoli si sono letteralmente sfracellati al suolo, segnando un -5,1% su base mensile, mentre le spedizioni e i nuovi ordinativi del segmento core - quello che esclude la difesa - sono scese addirittura del 7,5% su base annua. In entrambi i casi, siamo ai livelli minimi dal crollo Lehman. Dinamiche di calo simili non si sono mai registrate in America al di fuori di una recessione o nei mesi subito precedenti a essa: non ci sono alternative, o la Fed si sbugiarda davanti al mondo e parte con il Qe4 o serve una guerra che funzioni da moltiplicatore keynesiano del Pil attraverso le spese per la difesa. E quando parliamo di beni durevoli parliamo del sangue dei consumi, ovvero lavatrici, frigoriferi, frullatori, poltrone ma anche automobili, ovvero l'unico settore industriale che ha trainato la cosiddetta ripresa Usa finora.

Ma come vi dico da mesi, i dati di vendita automotive non vanno letti come disponibilità degli americani a spendere, bensì come disperazione dei costruttori a vendere, visto che sempre più veicoli sono legati al credito al consumo verso clienti con rating di credito subprime, come ci mostra il primo grafico, mentre il secondo ci mostra l'allarmante ratio scorte/vendite del settore negli Usa. Insomma, negli Stati Uniti basta che uno respiri e l'acquisto a rate di una macchina non si nega mai, con termini di pagamento che vanno ben oltre gli otto anni.