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SPILLO/ Se la Germania vuole "scindere" l'Europa di Draghi

Draghi bacchetta la vigilanza Bce e il Bundestag ne chiede la separazione: lo scontro sulla questione bancaria come metafora dell'Europa disunita. GIANNI CREDIT

La sede della Bce a Francoforte (Infophoto) La sede della Bce a Francoforte (Infophoto)

Come in un classico power game - un terzo scacchi, un terzo poker, un terzo boxe - la mozione del Parlamento tedesco a favore di una "scissione" fra politica monetaria e vigilanza bancaria in Bce è giunta in contemporanea alla pubblicazione delle minute dell'ultimo consiglio Bce: nel quale è emerso che oggetto di discussione fra i 19 banchieri centrali dell'eurozona è stata anche "l'errata percezione" dell'azione della supervisione creditizia Ue, considerata concausa dei crolli dei titoli bancari in Borsa, non solo in Italia. L'argomento era stato toccato dallo stesso Mario Draghi nella conferenza stampa successiva: il presidente - formalmente responsabile unico di tutte le funzioni della banca centrale europea - aveva seccamente escluso che dalla dalla supervisione fossero in arrivo richieste supplementari sul fronte della solidità patrimoniale.

Riassunto per i non addetti ai lavori (cioè la larga maggioranza dei cittadini europei). All'inizio di gennaio i media italiani era rimbalzata l'indiscrezione che la supervisione di Francoforte (la cui guida operativa è affidata alla francese Danièle Nouy) aveva avviato una sorta di stress test straordinario sul carico di sofferenze delle banche italiane: un'iniziativa vissuta (non del tutto a torto) come una sorta di provocazione dall'intero sistema-Italia. A cavallo di Capodanno la "questione bancaria" italiana aveva scalato i titoli di prima pagina, dopo le quattro "risoluzioni bancarie" di fine novembre e soprattutto dopo la reiterata inflessibilità dell'Ue nell'autorizzare una bad bank italiana per smaltire le sofferenze con un minimo di garanzia pubblica.

Nonostante la faticosa derubricazione dell'iniziativa Bce a semplice "questionario tecnico" e la ramanzina semi-pubblica di Draghi alla sua "sottoposta" Nouy, l'affaire non si è affatto chiuso, anzi: è andato in escalation. Ed è un'escalation che, peraltro, la stessa Nouy aveva preannunciato a Milano, quarantott'ore dopo i dissesti di Banca Etruria e Banca Marche.

Il premier Matteo Renzi ha fatto della "questione bancaria" la miccia di una raffica di fuochi d'artificio continuata anche nelle ultime ore al Consiglio europeo sui migranti e sul caso Brexit. Ma neppure Mario Draghi si è tirato indietro. Forse addirittura più di Renzi, il Presidente della Bce ha capito che la "questione bancaria" (non solo e non tanto quella italiana) sta emergendo per quella che è: forse il tavolo principale fra i molti sui quali si stanno riaggiustando i rapporti di forza all'interno di un'Europa in "ricostituzione". E quello che è stato presentato come l'ennesimo dossier "tecnico" sta rivelando rapidamente tutta la sua crudezza politica. Il braccio destro della Bce (quella della politica monetaria espansiva sostenuta con forza da Draghi) e quello sinistro (la supervisione che alza gli standard patrimoniali delle banche e ne frena la propensione a far credito alle imprese) non sono sempre più scoordinati per sofisticate ragioni da economisti: lo sono perché alcuni Paesi Ue (governi e banche centrali) vogliono politicamente contrastare con ogni mezzo Draghi. Draghi "l'italiano" (quello delle banche supposte deboli), Draghi "l'americano", oggi convinto che solo nuovi stimoli (monetari e fiscali) possano salvare l'Europa dal baratro della deflazione.