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Economia e Finanza

FINANZA E POLITICA/ La "chiave inglese" per cambiare l'Europa (e l'Italia)

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Naturalmente il movimento federalista europeo è in lacrime: si profila per l’Europa un futuro molto differente da quello sognato da Eugenio Colorni, Altiero Spinelli e Ursula Hirschmann nel Manifesto di Ventotene. Ma il Manifesto contemplava una federazione europea tra i Paesi che si bagnavano sulle due rive del Reno (a cui si sarebbero aggiunti pochi altri, tra cui, con grande lungimiranza, l’Italia) allo scopo principalmente di porre fine alle guerre tra Francia e Germania che avevano insanguinato l’Europa per secoli, specialmente nella fase dell’industrializzazione trionfante quando fu chiara l’importanza del controllo dei giacimenti della Ruhr. Ora il mondo è drasticamente cambiato. Si delinea un’Europa quasi confederale in cui le Nazioni (ossia gli Stati) riacquistano una centralità che all’epoca della firma del Trattato di Roma (e di quelli su Ceca ed Euratom) sembrava che avessero ceduto, insieme a parte delle loro funzioni, alle istituzioni “tecniche” europee.

Si tratterebbe di un’Ue quasi confederale con i poteri della Commissione fortemente ridimensionati ma con maggiori responsabilità, e quindi flessibilità, dei singoli Stati e dei loro Parlamenti, che, a maggioranza qualificata, potrebbero modificare le normative Ue. Ciò comporterebbe anche rivedere parametri e vincoli definiti un quarto di secolo fa per l’unione monetaria sull’assunto che l’area dell’euro avrebbe avuto un tasso di crescita medio del 3% l’anno nel lungo termine. La “chiave inglese” servirebbe per allentare alcuni bulloni e per serrarne altri. Quelli in particolare dell’unione monetaria (perché nessuno vuole tornare alle vecchie monete). Ciò comporta il completamento dell’unione bancaria con la garanzia comune sui depositi in conto corrente (e una revisione del bail-in) e una conferenza dei Capi di Stato e di Governo e dei Ministri dell’Economia e delle Finanze, nonché del Sistema europeo di banche centrali (Sebc), per una ristrutturazione concordata del debito sovrano, al tempo stesso freno dell’economia reale e determinante delle tensioni sui mercati e sulle Borse.

Occorre porsi la domanda di fondo: sarà un’Ue più forte o più debole nel contesto mondiale? L’ex-direttore diThe Economist Bill Emmott è un uomo di certezze: dichiara a destra e a manca che sarà un’Europa più debole. Io sono un uomo di dubbi: dipende da come le Nazioni e gli Stati europei sapranno carpire le finestre di opportunità che ora si presentano loro. Tengo sulla mia scrivania un libro del 2001 di Frank Vibert, direttore dell’European Policy Forum Europe Simple, Europe Strong - The Future of European Governance. La “chiave inglese” deve ora essere utilizzata per un’Europa più semplice, più vicina ai cittadini e da loro meglio compresa e tale quindi da diventare più forte di quello che è.

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