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SPY FINANZA/ Brexit, un regalo per Francia e Germania

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E sempre restando in tema di banche, giova ricordare che ogni singolo giorno più di un triliardo di euro cambia di mano sulla piazza londinese, un livello che la Banca per i regolamenti internazionali stima essere circa la metà del totale quotidiano mondiale. Inoltre, oltre tre quarti di tutto il trading over-the-counter sui derivati, ovvero attraverso negoziazioni su piattaforme non regolamentate, viene operato a Londra: senza più accesso al mercato unico, cosa accadrà all’operatività di quegli istituti? Non a caso, negli Stati Uniti le grandi firm si stano attrezzando per possibili migrazioni operative verso Wall Street. Non stupisce, quindi, che nessuna azienda quotata sull’indice Ftse 100 di Londra voglia che la Gran Bretagna abbandoni l’Ue, come certificato da un sondaggio del Financial Times: stupisce un po’ di più, invece, che soltanto 18 di loro siano però pronte a dichiararsi ufficialmente a favore della continuazione dello status di membro dell’Ue. Insomma, amore ma non troppo. Perché? Tra poco lo scopriremo, primo un altro grafico (a fondo pagina) che ci mostra quale sia il grado di interconnessione e dipendenza commerciale della manifattura britannica con il mercato unico europeo: vale la pena di metterlo a rischio, visto che potrebbe subire dazi o altri aggravi a causa della perdita della membership Ue da parte di Westminster? Una cosa è certa, titoli azionari, Gilt(i bond sovrani britannici) e sterlina da qui al 23 giugno vivranno tempi agitati e alti e bassi, almeno fino a quando non ci sarà un’indicazione chiara rispetto all’esito del referendum.

Anzi, di chiaro c’è anche dell’altro. Londra pare infatti disposta, nei fatti, a mettere a rischio quanto sopra elencato per un motivo semplice: la crisi dei migranti, altro argomento del vertice di Bruxelles che però non ha trovato una soluzione e ha invece visto l’Austria andare contro le norme comunitarie, viene vista da governo e cittadini britannici come il pericolo maggiore e come l’iceberg contro il quale andrà a schiantarsi non solo Schengen ma l’intero laboratorio europeo. Quindi, meglio prendere la scialuppa in anticipo anche se con il rischio di trovare mare un po’ agitato che fare la fine, romantica ma tragica, di Leonardo Di Caprio nel film.

Londra non intende morire nel perseguimento utopico e un po’ in malafede del sogno di Adenauer e Spinelli, sia chiaro, preferisce il pragmatico egoismo di Sir Winston Churchill. E il perché è chiaro, migranti a parte. Il centro del potere in Europa è già passato dall’Ue all’eurozona, ovvero conta solo chi ha adottato la moneta unica e a Westminster lo sanno bene. Quindi, paradossalmente, un Brexit non farebbe altro che - dopo un po’ di turbolenza estiva - accelerare il progresso di integrazione politica dei membri dell’eurozona, rendendo il concetto stesso di Ue sempre meno importante. Cosa abbiamo visto accadere, infatti, negli ultimi dieci anni in ambito Ue? Abbiamo visto entrare nazioni che hanno interessi contrapposti a quelli dell’Unione, in primis a livello monetario e di sovranità della Banca centrale e addirittura aprire le porte, attraverso negoziati, all’ingresso potenziale di un Paese come la Turchia che con l’Europa non condivide nemmeno i valori base.

Le relazioni commerciali con la Gran Bretagna, di fatto, possono essere sospese senza alcuno scompiglio generale, basti vedere cos’è accaduto con la Russia, la quale non è stato membro ma il non adottare l’euro accomuna molto Londra a Mosca in caso di irrigidimento. I confini possono essere aperti o chiusi a scelta dei vari Paesi, come ci mostrano quelli dell’Est e l’Austria in queste ore e il Trattato di Dublino può essere cancellato in una notte di fronte all’emergenza di oltre un milione di rifugiati entrati in Europa dalla scorsa estate. L’eurozona è questo e per restare insieme, per non crollare portando con sé buona parte del sistema finanziario occidentale, deve basare tutto sulla moneta, non sulla politica: non è un caso che i due pilastri ora in discussione siano unione fiscale e bancaria, un qualcosa di ineludibile se non si vuole vedere implodere l’intera struttura dell’Unione.