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SPY FINANZA/ Così la Cina può far "ripartire" i mercati

Pubblicazione:martedì 23 febbraio 2016

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Perché intervenire ora? Per due ordini di problemi. Primo, l’economia statunitense, ben lungi dalla ripresa che ci hanno raccontato fino al dicembre scorso, è ora intrappolata nella classica sindrome da Riccioli d’oro. Ovvero, come le tazze della favola di Robert Southey erano troppo calde o troppo fredde, così l’economia statunitense non è abbastanza forte per sostenere il Pil globale e i mercati, ma nemmeno talmente debole da giustificare una risposta coordinata delle Banche centrali. Secondo, la retorica dei policy-makers a livello globale, i quali hanno speso mesi e anni prima a dire che il loro intervento avrebbe risolto tutto e poi a buttare la croce addosso alla debolezza globale per giustificare i fiaschi delle proprie economie nazionali o di area, come nell’Ue o nel Giappone dell’Abenomics. Insomma, serve un tonfo, una percezione di rischio per rimuovere l’ostacolo politico e mediatico a un nuovo intervento massiccio. E in un mondo dove l’economia è percepita e confusa con il mercato, questa interpretazione, questa narrazione significa una cosa sola: un crollo azionario è necessario e sufficiente per innescare un nuovo rally, visto che il fallimento politico viene internalizzato e si può operare nuovamente in base a nuovi codici ed emergenze.

Bene, le occasioni non mancano. A parte il G-20 di Shanghai del prossimo fine del 26 e 27 febbraio, nell’arco di pochi giorni abbiamo la riunione del board della Bce del 10 marzo per la decisione sui tassi e l’implementazione del Qe, il meeting della Bank of Japan del 15 marzo e il Comitato monetario (Fomc) della Fed del giorno seguente, 16 marzo. Al netto di tutto, la mossa a mio avviso potrà essere compiuta solo da Bank of China o Bce, visto che il Giappone ha appena mandato in negativo i tassi di deposito schiantando il Nikkei e la Fed non può permettersi un taglio dei tassi proprio adesso che l’inflazione è tornata a salire, come mostrano i dati di venerdì scorso e le richieste di prima disoccupazione sono arrivate ai minimi da 43 anni. In condizioni simili, al netto di come le si è raggiunte, i tassi di alzano, non si abbassano.

Una cosa è certa, un accordo al G-20 di Shanghai, quasi un deja vu dell’Accordo del Plaza di trent’anni fa, potrebbe essere un ottimo viatico al mercato in attesa di una mossa ufficiale, magari da parte dell’Eurotower. Ma non solo. Se infatti il bazooka di Draghi appare limitato, a meno che non varchi il Rubicone dell’acquisto di debito corporate (bancario), Pechino dopo mesi passati a difendere il cambio dello yuan bruciando riserve al fine di tamponare le fughe di capitali, potrebbe decidere che sia giunta l’ora per una massiccia svalutazione della sua moneta e quindi un reset per la stabilità della politica monetaria globale, anche se solo per alcuni mesi. Di converso, se dal G-20 non arriveranno notizie in grado di tranquillizzare i mercati, prepariamoci a una nuova ondata di sell-off azionarie a livello globale. Ma io sono quasi certo che sarà la Cina ha fare la grande mossa, anche perché come ci mostra questo grafico, qualcosa occorre sia fatto per invertire una tendenza che ha visto Pechino creare mezzo triliardo di nuovo debito nel solo mese di gennaio!

 


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