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SPY FINANZA/ Così la Cina può far "ripartire" i mercati

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Cosa farà? Con una mossa più simbolica che operativa, sabato Pechino ha licenziato il capo dell’Ente regolatore dei mercato (Csrc), quello Xiao Gang che la scorsa estate impallidì di fronte alle accuse mossegli dal presidente, Xi Jinping, per la pessima gestione mediatica dei crolli azionari e per l’incapacità di implementare un circuit breaker che li interrompesse. Un mese fa, Pechino negò l’intenzione di silurarlo, dicendo che «questa informazione non è conforme ai fatti», ma proprio in vista del G-20 potrebbe aver scelto di offrire ai mercati su un piatto d’argento la testa del più classico capro espiatorio, inviando in contemporanea il segnale sottinteso di una svalutazione dello yuan alle porte o quantomeno non più esclusa a priori. Anche perché ormai nelle sale trading nessuno più guarda nulla che non sia il cosiddetto chinese spread, ovvero il misuratore della differenza tra l’andamento dei due yuan oggi in circolazione.

Il primo, detto spot o onshore, è quello stabilito dalla Banca centrale cinese che lo controlla nell’ambito di una banda di oscillazione con cambio semi-rigido, mentre il secondo è lo yuan offshore quotato a Hong Kong e libero di fluttuare sui mercati in base alle regole canoniche della domanda e dell’offerta. Ogni mattina, si guarda a quel differenziale e si spera che non salga sopra quota 13 toccata durante gli schianti di Borsa della scorsa estate. Quando si amplia, infatti, significa che i mercati si aspettano da un giorno all’altro che la Banca centrale cinese svaluti il cambio ufficiale (spot) nei confronti del dollaro, adeguandosi a quanto già si aspetta il mercato. Lo spread in rialzo, infatti, traduce in numero l’anticipazione del deprezzamento sul mercato di Hong Kong, muovendo al ribasso nei confronti del dollaro la quotazione dello yuan offshore.

E se quello spread esplodesse dopo il G-20, costringendo Pechino a chiudere la pantomima e operare? Penso sia quanto tutti auspichino, Fed in testa. Staremo a vedere.

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