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SPY FINANZA/ La "profezia" dell'Impero romano

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Chi pagò il costo maggiore fu il ceto medio (piccoli proprietari terrieri, artigiani, trasportatori, mercanti) e gli amministratori locali, i decurioni, i quali erano tenuti a rispondere in proprio della quota di tasse fissata dallo Stato (indizione) a carico della comunità per evitare l’evasione fiscale. Per arrestare la fuga dal decurionato, dalle professioni e dalle campagne, che divenne generale proprio con l’inasprimento della pressione fiscale tra il III ed il IV secolo d.C., lo Stato vincolò ciascun lavoratore e i suoi discendenti al lavoro svolto fino ad allora, vietando l’abbandono del posto occupato (le cosiddette "professioni coatte" che, nelle campagne, finiranno per dare avvio a quella che nel Medioevo verrà chiamata "servitù della gleba"). Così finì un Impero, forse il più grande di sempre.

E ora? Il cosiddetto dollar index nacque nel 1973, due anni dopo la fine del gold standard decretata da Richard Nixon e degli accordi di Bretton Woods: da quell’atto in poi, il debasement del dollaro è stato chiaro e tracciabile a tutti. Un po’ come quello del denario, soprattutto quello svalutato in purezza da Nerone e Antonino Pio: peccato che come ci mostra l’ultimo grafico la parabola svalutativa del dollar index sia occorsa in poco più di 40 anni, da Nixon al secondo mandato di Obama. Qual è la ratio? Obama, così come Shinzo Abe in Giappone, si è trovato alla guida di una nazione che puntava diritta verso l’insolvenza e quindi ha scommesso tutto sulla vecchia lezione del denario, il debasement, soltanto che in tempi moderni e con interconnessioni finanziarie enormi il processo ora è molto più rapido e violento di quello dell’Impero romano. Il quale dalla sua aveva anche il fatto di poter operare su una valuta realmente di valore fisico, mentre oggi non c’è né good money, né una politica monetaria di difesa reale: nonostante oggi il mondo ancora tema la deflazione, l’esperienza dell’Impero romano ci dice che l’alta inflazione o iperinflazione, sia essa reale o meramente di riconoscimento governativo, potrebbe essere dietro l’angolo. E il Giappone pagherà per primo le conseguenze.

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COMMENTI
24/02/2016 - fammi un altro esempio (Claudio Baleani)

L'Impero Romano non ha mai avuto 400 milioni di abitanti. C'è chi calcola 60 milioni, chi 40. La tesi della svalutazione è contraddittoria ed è sostenuta da studiosi di storia romana che di economia non capiscono nulla. Siccome la vera moneta era il valore intrinseco e non il valore facciale, la diminuzione del contenuto aureo o di argento nelle monete ha portato al loro deprezzamento. Non c'entra nulla la svalutazione per come la conosciamo oggi, semmai c'entra la rivalutazione dell'oro. Si arrivò persino a chiudere la zecca di Roma perché spacciava monete false, tanto era poco l'oro. Perché diminuirono il contenuto aureo? Per due motivi banali: prima che i cittadini si fossero accorti dell'imbroglio parecchie monete erano già state emesse e si poteva andare avanti per un po'; l'oro sparì dalla circolazione per la nota legge secondo cui la moneta cattiva scaccia quella buona. La tesi della crisi finanziaria per la caduta dell'Impero Romano è una falsa pista. I motivi furono molti, tra cui: i romani avevano conquistato il conquistabile e la guerra difensiva costa molto di più della guerra di conquista. A fronte di 120 mila soldati in servizio permanente attivo con Ottaviano si arrivò a 415 mila con Costantino. Per giunta il pagamento delle spese non poteva più farsi con assegnazione delle terre, già assegnate; i nemici impararono la politica e la guerra.