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SPILLO/ Così lo Stato "svende" all'estero anche gli acquisti della Pa

La Consip ha diffuso un video tutorial in lingua inglese che spiega come vendere prodotti e servizi sul Mepa. Una scelta poco lungimirante, spiega SERGIO LUCIANO

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La notizia è di quelle un po’ invisibili, apparentemente trascurabili, eppure molto significative. Qualche giorno fa, in paradossale concomitanza con l’accordo tra il governo Cameron e l’Unione europea volto a scongiurare la Brexit, l’Italia - zitta zitta, unilateralmente - ha fatto un bel gesto verso gli inglesi. Ha cioè messo on-line su Youtube un video “tutorial” in lingua inglese che insegna alle piccole e medie imprese anglofone come offrire alla Pubblica amministrazione italiana i loro prodotti e servizi sul Mepa (Mercato elettronico della Pubblica amministrazione) gestito dalla Consip, la società informatica governativa che gestisce appunto per conto dello Stato italiano l’attività di e-procurement.

Tanto per capirci: sul Mepa lo scorso anno sono state scambiate compravendite per il bel valore di 2 miliardi di euro, tutte partite “sotto la soglia” del valore che rende obbligatoria la gara europea, cioè - sia pur con varianti a seconda dei settori e dei contesti - mediamente 40 mila euro. Stiamo parlando quindi di business modesti ma interessantissimi per le piccole e medie imprese. Italiane, fino a ieri, cioè prima della generosa iniziativa esterofila.

Attenzione: sulla carta, niente di male. In concreto, un autogol. Già, perché grazie a quest’ottimo video tutoriale centinaia di migliaia di Pmi inglesi, ma anche pachistane, indiane, cinesi, irlandesi, americane, potranno più agevolmente accostarsi al nostro mercato teoricamente più “protetto”, quello della spesa pubblica, mentre mai, in nessun caso, finora, qualche istituzione pubblica straniera omologa alla nostra Consip si è presa la briga di tradurre alcunché in italiano per facilitare le nostre imprese nell’approccio ai loro mercati.

Il video è molto ben fatto, addirittura invitante. E tanta apertura è totalmente incondizionata, cioè priva di qualsiasi impegno di reciprocità da parte dei Paesi anglofoni. La barriera linguistica, per il mercato delle piccole commesse, è tuttora una barriera molto alta se la lingua madre è relativamente poco nota all’estero, perché è improbabile che le Pmi inglesi abbiamo frequentemente nel loro organico, magari nei ruoli commerciali o legali, personale in grado di destreggiarsi con la lingua italiana. Ora avranno vita facile. A gratis. Ed è una barriera naturale e tollerata, tanto è largamente utilizzata. Non da noi, però. Non più.

Un colpo alla Confindustria, alla vigilia del cambio della guardia, forse in ossequio verso una malintesa forma di attrazione degli investimenti? O più semplicemente una scelta a casaccio, un po’ superficiale?


COMMENTI
26/02/2016 - commento (francesco taddei)

più concorrenza serve per limitare rendite di posizione dovute ad amicizie tra chi governa e chi guadagna.