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BREXIT/ Ora la City teme "Boris" e il suo elettorato di piccoli imprenditori

Il sindaco di Londra, Boris Johnson (Infophoto) Il sindaco di Londra, Boris Johnson (Infophoto)

I negoziati per lasciare l’Unione europea potrebbero andare avanti fino a due anni e ancora più tempo ci vorrebbe per rinegoziare accordi commerciali bilaterali. “Le decisioni sugli investimenti sarebbero messe in attesa, la sterlina probabilmente si deprezzerebbe e l’investimento interno sarebbe a rischio”, conclude Marasciulo. Gli investitori si sono tuffati nel dollaro americano, segno che temono un indebolimento dell’economia britannica. Temono inoltre che i mercati soffriranno ulteriore volatilità con possibili ripercussioni su settori dell’economia reale.

Per esempio, secondo Richard Levis, global real estate analyst di Aviva Investors, “Brexit” è uno dei rischi che potrebbero condizionare i ritorni sull’immobiliare quest’anno. “In mancanza di un mandato decisivo a restare in Europa, dopo il voto potremmo vedere alta volatilità sui mercati valutari, rendimenti più alti dei Gilt [i titoli di Stato britannici], fuga di capitale, crescita economica più debole e un altro referendum sulla Scozia”, spiega. Tutto questo potrebbe drenare liquidità e danneggiare la performance dell’investimento in immobiliare UK nel breve termine. “Il distretto finanziario di Londra è particolarmente vulnerabile a causa di un potenziale calo della domanda di edifici da parte dell’industria dei servizi finanziari”, nota Levis.

Mike Amey, portfolio manager di Pimco, sostiene che il mercato sarà “bullish” per i Gilts perchè ogni speranza di un rialzo dei tassi d’interesse UK è spinta ulterioremente in avanti. Una visione contraria a quella di molti altri commentatori, che invece credono che il mercato sarà “bearish” per i Gilts perchè la maggior parte degli investitori stranieri che attualmente hanno UK gilts in portafoglio probabilmente li venderanno.

Le opinioni divergono anche sui pro e i contro di una “Brexit”. Se le multinazionali e il grande business, le blue-chip dell’indice Footsie 100 per intenderci, temono una “Brexit” per il suo carico di incertezza, tra le piccole e medie imprese non c’è lo stesso timore. Anzi, in molti guarderebbero con favore a un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea perchè si sentono danneggiati dalla burocrazia imposta da Bruxelles. Almeno la metà dei vertici dei grandi business britannici quotati sul Footsie 100 hanno dichiarato di sostenere Cameron e di essere soddisfatti per l’accordo di riforma sulle relazioni tra la Gran Bretagna e l’UE da lui negoziato.

L’accordo prevede i seguenti punti: protezione dalle regole dell’eurozona per la Gran Bretagna e gli altri paesi membri dell’UE che non hanno adottato l’euro (la GB continuerà ad avere i suoi supervisori e la sua regolamentazione); esenzione da una maggiore integrazione europea e concessione di forme diverse di integrazione; impegno del Consiglio europeo a ridurre la burocrazia che pesa sul business e a intensificare accordi di libero commercio; restrizione dell’accesso ai benefits per i nuovi immigrati Ue per un periodo fino a quattro anni.

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