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Economia e Finanza

BREXIT/ Ora la City teme "Boris" e il suo elettorato di piccoli imprenditori

La City è contraria a Brexit e appoggia il premier Cameron e la sua base di accordo con la Ue. Ma il sindaco di Londra Boris Johnson tiene in ansia i mercati. CRISTINA BALOTELLI

Il sindaco di Londra, Boris Johnson (Infophoto)Il sindaco di Londra, Boris Johnson (Infophoto)

Il dibattito su “Brexit” è entrato nel vivo in Gran Bretagna dopo che David Cameron è tornato a Londra vendendo come una vittoria politica l’accordo spuntato a Bruxelles e annunciando il referendum per il 23 Giugno. Non poteva fare altrimenti, perchè sulla battaglia per restare in Europa Cameron si sta giocando la carriera di primo ministro. Non poteva tornare nelle vesti di negoziatore sconfitto. Ma in patria deve affrontare l’opposizione di sei ministri su ventidue del suo stesso governo favorevoli a una “Brexit” e cercare di tenere insieme un partito conservatore che appare sempre più diviso.

L’ultimo colpo basso Cameron l’ha ricevuto dal suo compagno di partito ed eterno rivale, il sindaco di Londra Boris Johnson, l’unico politico britannico che i media e la gente chiamano con il solo nome di battesimo. Nel fine settimana “Boris” ha sciolto le riserve e annunciato che farà campagna per un’uscita della Gran Bretagna dall’Europa. La notizia è stata data con grande enfasi, titolo di apertura dei telenotiziari e prime pagine dei giornali, perchè Boris è considerato uno dei politici più popolari nel Regno Unito e quindi in grado di far muovere l’ago della bilancia. Lo hanno accusato di avere messo gli interessi personali davanti a quelli del Paese, ma lui ha negato.

Da tempo si dice che Boris mira a diventare il prossimo primo ministro e una vittoria del fronte che sostiene una “Brexit” darebbe un impulso enorme alla sua candidatura. Per questo Cameron, tirando una frecciata a Johnson, ha detto in Parlamento che non intende candidarsi per un altro mandato e quindi la sua battaglia perchè la Gran Bretagna resti in Europa è “priva di ogni interesse personale”. I mercati hanno accolto la notizia della decisione di Johnson di appoggiare il fronte del no all’Europa con pesanti vendite della sterlina, che ha perso il 2% toccando il valore più basso negli ultimi sette anni.

“Certamente non compriamo sterline”, dice a ilsussidiario.net James Carrick, economista di Legal & General Investment Management. Carrick spiega che la sterlina continuerà la sua caduta in vista del referendum perchè “la Bank of England non seguirà la Fed nel rialzo dei tassi” e perchè “il Regno Unito ha un deficit cronico pari al 5% del Pil”. E aggiunge che la sterlina perderà valore perchè gli investitori stranieri preferiranno far fruttare i loro soldi negli Stati Uniti, dove possono ottenere un ritorno più alto che in UK. La svalutazione della sterlina come conseguenza dell’incertezza sul voto è opinione largamente condivisa dagli investitori nella City.

Cosimo Marasciulo, head of government bonds di Pioneer Investments, dice che lo scenario “Brexit” probabilmente avrebbe come conseguenza dei ratings più bassi per il governo britannico e, potenzialmente, anche per le aziende britanniche.