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SPILLO/ Wind e 3 Italia, qualcuno è pronto a rovinare il “banchetto nuziale”

Pubblicazione:sabato 27 febbraio 2016

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La verità è appunto questa. Oggi - ma non da oggi - in Italia sul mercato della telefonia mobile sono proprio 3 e Wind a fungere da “calmieri”, perché avendo reti meno capillari e perfomanti (quella di Wind debole sui dati, quella di 3 sulla voce) dei due big Tim e Vodafone, e avendo comunque meno clienti di essi (21 milioni per Wind e 10 per 3 Italia), sono costrette a fare offerte molto convenienti. Cosa che però costringe Tim e Vodafone a tenere a loro volta prezzi più bassi del punto in cui li fisserebbero se non dovessero “inseguire” due concorrenti così aggressivi. Ma questa concorrenza, se va a vantaggio dei consumatori italiani che pagano poco un buon servizio, nuoce ai conti economici degli operatori.

E qui il caso Italia assume un colore tutto particolare. Perché dei quattro operatori attivi - ricordiamoli ancora: Tim, Vodafone, Wind e 3 Italia - il primo è schiacciato da oltre 27 miliardi di euro di debiti; Vodafone non ha praticamente debiti; Wind ne ha 9,5; e 3 Italia non ne ha, o meglio ne ha anche parecchi, circa 6 miliardi, ma non verso le banche, bensì soltanto con il suo azionista cinese CK Hutchison, che la controlla al 100% e l’ha finanziata appunto alla cinese, cioè di tasca propria, a cento anni e senza interessi. Come dire che non c’ha messo debito ma capitali propri: chapeau.

Se poi si va a guardare l’Ebitda (cioè il margine di profitto lordo) di questi gruppi, si vede che Wind ha 1,7 miliardi di Ebitda, pari al 37 e dispari per cento: è un bel guadagnare, se si pensa che un buon gruppo manifatturiero, come può essere Fca, si fa bastare un rapporto tra ricavi ed Ebitda inferiore al 10%. Peccato, però, che dovendo ripagare quasi 10 miliardi di debito, oltre che sostenere degli investimenti per le reti di nuova generazione, e volendo pagare anche un dividendo all’azionista Vimpelcom, Wind abbia bisogno di guadagnare ancora di più. Situazione analoga a quella di Tim.

E qui sorge l’inghippo: come guadagnare di più nel mercato italiano, saturato da circa 90 milioni di carte sim in circolazione, quasi 1,6 per ogni cittadino residente, poppanti e vegliardi compresi? Elementare Watson: anche (se non solo) abbassando i costi e... alzando i prezzi! Per la gioia di Vicent Bollorè, il nuovo azionista di riferimento di Telecom; o di Mikhail Fridman, l’oligarca russo amico di Putin (uno di quelli da non far arrabbiare), che controlla Vimpelcom che controlla Wind. E, certo, anche per la gioia di Vodafone, che però debiti non ne ha; e di Ck Hutchison, che però almeno non deve rimborsare niente alle banche e ha un buon rating, migliore di quello di Vimpelcom.

Ora, la Vestager - non basando le sue competenze sulla lettura dei giornali italiani, né del Financial Times che fa sempre il tifo per i merger - queste cose le sa. E non le piacciono. Però: però se la commissaria ha ragione a sentire puzza di manovra rialzista, un po’ di ragione anche gli operatori ce l’hanno a volersi fondere. Investire, debbono: ogni sei mesi spunta da qualche parte una nuova tecnologia alla quale adeguare le reti e gli apparati, e sono soldi che partono; il debito ce l’hanno e per quanto dispiaccia è come le tasse: va pagato; e buttar fuori il personale, per alleggerire i costi, in Italia è sempre una mossa antigienica. Quindi vogliono fondersi proprio per mettere insieme un po’ di costi per i nuovi investimenti, risparmiandoci; tagliuzzare qua e là un po’ di personale e soprattutto, appunto, rifrullare i prezzi.


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COMMENTI
28/02/2016 - Very good...! (Giuseppe Crippa)

Davvero un bell’articolo, che fa scoprire un bel personaggino – Margrethe Vestager – ed un’ottima giornalista finanziaria, Margherita Bisconti (pseudonimo di chi?) che spero di leggere di nuovo in un prossimo futuro!