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BANCHE E POLITICA/ Il modello ("collaudato" da 140 anni) per affrontare la crisi

Con una storia importante alle spalle e nonostante le “bordate riformiste” ricevute, le banche popolari continuano a sostenere l’economia reale. SERGIO LUCIANO ricorda come

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Centoquarant’anni fa, la nascita di un’associazione tra banche - che era anche, in realtà, la prima associazione nazionale tra imprese del Regno d’Italia: l’Associazione fra le banche popolari. Centoquarant’anni dopo, una spallata politica sferrata contro l’intero settore, dapprima con un decreto di dubbia costituzionalità che ha obbligato le dieci più grandi banche della categoria a trasformarsi in Spa, e poi le Banche di credito cooperativo a unirsi in un unico gruppo, salvo uno strano e controverso meccanismo di deroga per quelle che tra esse volessero trasformarsi in Spa per restare autonome.

A un anno e poco più dall’attacco del governo Renzi al credito cooperativo, la categoria è in realtà più vivace che mai. Ma certo la lotta ha lasciato il segno. Per cui i vertici dell’Assopopolari di oggi hanno colto l’anniversario per programmare una serie di dibattiti e riflessioni sulla storia e l’identità, attualissima, del credito cooperativo. Tra gli altri spunti, un lungo articolo del direttore generale di Assopopolari, Giuseppe De Lucia Lumeno, apparso sull’Occidentale.

“Stringere i diversi sodalizi di credito popolare in un consorzio, il quale miri al loro reciproco perfezionamento e vegli alla tutela dei comuni interessi”. Con queste parole, scrive De Lucia, Luigi Luzzatti - il fondatore del credito cooperativo europeo - insieme a sette presidenti di altrettante banche popolari italiane (Vacchelli, Ginoulhiac, Barbieri, Beonio, Pedroni, Sandonini e Trieste) firma la circolare con la quale, a Milano, il 10 agosto 1876, nasce Assopopolari. Le banche associate sono ventidue e, fatto straordinario per l’epoca, sono banche. “Hanno colto lo spunto di Luzzati, presidente onorario in numerosi istituti, ma prima di tutto statista, giurista ed economista protagonista dell’Italia post-risorgimentale, che è unanimemente considerato il vero e principale artefice della nascita dell’Associazione, la sua anima, il suo cervello”. Ad associarsi furono le Banche Popolari di Arona, Bergamo, Bologna, Brescia, Cesena, Faenza, Intra, Lodi, Milano, Modena, Motta di Livenza, Oderzo, Padova, Palazzolo sull’Oglio, Piacenza, Pieve di Soligo, Reggio Emilia, Soncino, Venezia e Verona e poi la Società di Mutuo Credito Popolare Cremona e la Banca Commerciale e Industriale di Savignano.

Le prime Popolari italiane erano nate fin dal 1864 al nord, nella zona più ricca del Paese. Nel 1882 erano già 200 e all’inizio del Novecento erano aumentate a quasi 700. Rivolte - come oggi, in fondo - ai bisogni del commercio e dell’industria di piccole e medie dimensioni, ma anche delle famiglie, e guidate dai princìpi di cooperazione, localismo, solidarietà e sussidiarietà, si trovarono a supplire, di fatto, alle gravi carenze del sistema bancario capitalistico del Paese e, divennero rapidamente banche di dimensioni medie e, in alcuni casi, decisamente ragguardevoli.

È suggestivo rileggere, con il senno di poi, i deficit di sistema cui le popolari sopperirono, espandendosi: sembra che non siano passati 140 anni. “Assenza di un vero e proprio sistema bancario strutturato e accresciute e diversificate dimensioni qualitative e quantitative avevano fatto sentire forte alle banche popolari”, scrive De Lucia, “che fino alla nascita dell’Associazione erano sorte e si erano mosse in maniera autonoma, anche se non erano mancati scambi di esperienze soprattutto fra aree contigue - l’esigenza di un luogo di aggregazione e di confronto che si realizzò proprio grazie alla nascita dell’Associazione. Gli amministratori delle Banche Popolari si erano già cimentati in battaglie pubbliche molto importanti, quali quella per il riconoscimento di una specificità giuridica ai propri istituti (che invece erano assimilati, in base all’allora vigente codice di commercio, alle banche di credito ordinario) e quella per la concessione della facoltà di emissione cartacea”.