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PRODI & L'ULIVO/ Sapelli: ecco chi ha svenduto l'Italia a Germania ed eurocrati

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Romano Prodi (Infophoto)  Romano Prodi (Infophoto)

Si dovrà fare la storia dell'Ulivo che ne affronti la teoria economica prevalente. I testi di Lodovico Festa (anche l'ultimo apparso su "Studi cattolici" recentissimamente) offrono di già un'eccellente premessa. Ma certamente la politica monetaria di quegli anni va inserita nella specificità della vicenda monetaria italiana che è sempre stata — come sappiamo — determinata da un'oscillazione e da un intreccio continuo tra fiscal dominance eforeign dominance.

Sgombriamo subito il campo dal presupposto ipostatizzato mitologicamente che il problema centrale sia quello dell'indipendenza delle banche centrali. L'indipendenza delle banche centrali dal Tesoro (per dipendere da chi, se non dalle burocrazie o dalle euroburocrazie spartite in basi a criteri di potenza nazionale?) non incide sui temi della foreign dominance come nei consolidati manuali Cencelli politici, e nel caso dell'Ulivo: non è determinante.

Ciò che è e fu determinante a partire dai tempi dell'Ulivo (sino a oggi) è il fatto che l'indipendenza delle banche centrali europee dell'eurozona e quindi dell'Italia fu lo strumento più idoneo allorché si ritenne di potere e volere fare la volontà della nazione accettando, anzi, invocando, il dominio estero sulle nostre scelte di politica monetaria ed economica non in una condizione di condivisione ma, invece, di crescente sottrazione di sovranità.

La mia tesi è che l'Ulivo ha rappresentato l'acme della foreign dominance e l'ha reso pressoché irreversibile — almeno nel breve periodo — con l'entrata nell'euro e quindi con la definitiva perdita della sovranità monetaria. Ciò che è stata una delle fasi della foreign dominance, ossia l'egemonia tedesca sul sistema economico e su quello monetario in primis italiano grazie all'Europa a dominazione germanica, è ormai divenuta una delle caratteristiche della stessa nazione italiana.

Il nesso nazione-internazionalizzazione ha avuto una torsione e stabilizzazione definitiva, se l'Europa non muterà volto, ossia non si riscriverà il Trattato di Maastricht e non cadranno tutti i suoi presupposti. Essi hanno condannato alla decadenza l'Italia, come fu nella crisi del Seicento. I mezzi furono diversi, gli esiti saranno e già sono assai simili: de-industrializzazione, depauperamento del capitale umano con la sua emigrazione da un lato e la sua emasculazione emotiva dall'altro.

Come è noto, quando parliamo di fiscal dominance intendiamo il ruolo determinante del Tesoro nella creazione monetaria. Determinare la quantità di moneta e dei tassi d'interesse è un compito che rimane nelle mani della politica e delle istituzioni finanziarie: oppongono il principio di gerarchia a quello di mercato e allocano le risorse in questo con sistematica prevalenza. In questo senso il ruolo del mercato è subalterno e sottoposto al controllo politico anche in un contesto internazionale che può renderlo difficile Ma questa è stata fondamentalmente la condizione in cui l'Italia si è trovata a operare per la sua collocazione nella divisione internazionale del lavoro durante tutta la sua storia sino ai primi anni Novanta del Novecento. Proprio gli anni in cui inizia l'esperienza dell'Ulivo.

Naturalmente questa storia è stata contrassegnata da una diversità della foreign dominance anche in condizioni ben precedenti l'Ulivo e che ho richiamato precedentemente. Si possono scandire storicamente dei tempi ben precisi in cui tale foreign dominance assume colori diversi, dai tempi di Camillo Cavour, passando per il predominio inglese e francese e poi quello tedesco che fu decisivo per la creazione del sistema bancario italiano e per inverare poi durante il fascismo paradossalmente il predomino nordamericano, con un ruolo decisivo esercitato dalla banca Morgan e dal suo rappresentante in Italia.


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COMMENTI
29/02/2016 - la figura enigmatica di guido carli (antonio petrina)

A proposito della figura enigmatica del bresciano Guido Carli nel processo di costruzione di Maastricht, ove l'Italia aderì costringendo il bel paese alla riduzione "forzata" al 3% del deficit degli anni novanta che viaggiava al ritmo dell' 8-9% del Pil , c'è da considerare lo sforzo mnemonico ripreso da Paolo Savona a proposito della battuta di Carli riportata sul fogliante per cui il cappio al collo di Maastricht si può e si deve evitare !