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Economia e Finanza

BCC/ Riforma al secondo tempo: Azzi oggi alla camera per difendere l'unità del sistema

Il decreto di riforma del Credito cooperativo approda in Parlamento per la conversione: le obiezioni di Federcasse sulle trasformazioni in Spa. Di ANTONIO QUAGLIO

Alessandro Azzi (Infophoto)Alessandro Azzi (Infophoto)

Determinato ma ottimista. Così è apparso Alessandro Azzi, leader del Credito cooperativo italiano, in settimana a Milano, ospite dell'Associazione europea per il diritto bancario e finanziario. A un pubblico selezionato di economisti e giuristi d'impresa ha nuovamente raccontato come Federcasse abbia preparato l'autoriforma delle Bcc, largamente recepita nel decreto del Consiglio dei ministri del 17 febbraio. Nessun accenno polemico con il premier Matteo Renzi. Soddisfazione, invece,perché il Governo ha stretto sulla riforma, consentendo ora al sistema-Bcc di guardare al futuro con tempi certi. "Entro maggio - ha confermato Azzi a Milano - presenteremo il progetto di Gruppo Cooperativo Nazionale". Il progetto di gruppo unico - esplicitamente additato dalle autorità monetarie italiane ed europee alle Bcc - ha già raccolto la convergenza espressa di Federcasse, Iccrea Holding e Cassa Centrale di Trento, oltre all'aperto appoggio della Bcc di Roma, la maggiore del Paese.

Oggi, intanto, Azzi sarà ascoltato in commissione Finanze della Camera: la sede istituzionale in cui il Credito cooperativo esprimerà le sue valutazioni sul testo del decreto (molto complesso) e proporrà le sue ipotesi di messa a punto. Il "gioco della conversione" è stato aperto, pochi giorni fa, con la designazione del relatore al decreto-banche: il deputato del Pd Giovanni Sanga, un commercialista bergamasco molto esperto di diritto societario ed eletto in uno degli hub del Credito cooperativo nazionale.  Da Governo e maggioranza filtra voglia di tempi rapidi: si vorrebbe che il decreto diventasse legge entro Pasqua, ben prima del termine dei 60 giorni. Ma quali sono i nodi da sciogliere in Parlamento per lanciare il Credito cooperativo "3.0"?

Una norma del decreto ha destato sorpresa e preoccupazione: non solo nel mondo Federcasse, ma nel più ampio universo del movimento cooperativo italiano (molto ampio anche nella rappresentanza parlamentare). È la facoltà, lasciata dal decreto, alle Bcc con patrimonio netto superiore ai 200 milioni di trasformarsi in Spa senza l'obbligo di devolvere le riserve al Fondo per lo sviluppo della cooperazione: queste ultime potrebbero invece essere trattenute con il pagamento di un "affrancamento" fiscale pari al 20%. 

Le riserve di Federcasse su questo punto sono note. L'obiettivo della riforma - fissato dal Governo ma totalmente condiviso da Federcasse in sede di autoriforma - rischia di venire contraddetto dall'apertura di una "way-out" potenzialmente ampia. Sono 14 le Bcc teoricamente interessate dalla "corsia di fuga", anche se 11 avrebbero giù informalmente escluso di volerla percorrere. Ma - ammesso che la norma venga mantenuta - sarebbe anzitutto corretto che il Governo fissasse una data certa per stabilire quali Bcc potranno effettivamente ricorrervi: ad esempio, la data del decreto o al massimo quella della conversione in legge (com'è stato del resto nel 2015 per identificare le Popolari obbligate a trasformarsi in Spa entro 18 mesi). In caso contrario il governo parrebbe incentivare "fughe" ulteriori attraverso fusioni decise "in corsa".

L'affrancamento fiscalmente agevolato continua di per sé a suscitare perplessità in Federcasse. Per tre ragioni. La prima è la violazione di un principio direttamente innestato nella tutela costituzionale della cooperazione: la solidarietà generazionale insita nelle cooperative. Queste accumulano riserve fiscalmente agevolate (una sorta di "aiuto di Stato") nel presupposto che quelle risorse rimarranno sempre "del movimento cooperativo", senza che nessuna generazione se ne appropri: la riforma delle Bcc sarebbe un precedente dirompente.