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SPY FINANZA/ I rischi in arrivo grazie alle Banche centrali

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Janet Yellen (Infophoto)  Janet Yellen (Infophoto)

Primo, una netta svalutazione una tantum dello yuan cinese. Secondo, l'annuncio da parte della Fed dell'apertura diswap lines o altre misure di sostegno del sistema finanziario per evitare un contagio diretto verso i mercati emergenti, dato che le mosse di Federal Reserve e ultimamente di Bank of Japan non hanno fatto che aumentare la crisi di liquidità in dollari per Paesi molto indebitati, operando di fatto una margin call sul biglietto verde. Terzo, un annuncio da parte del Tesoro statunitense di misure per ottenere la stabilità del dollaro, al fine di aiutare a uscire dalla spirale mortale in cui si trovano la manifattura Usa, i mercati emergenti e il petrolio. Quarto, Usa, Germania, Regno Unito e Francia prometteranno stimolo fiscale per aumentare gli investimenti pubblici, soprattutto in infrastrutture di alto livello e qualità. 

Ma come vi dicevo, per fare in modo che i regolatori arrivino a un accordo su questi quattro punti - o, almeno, su due di loro - potrebbe esserci la necessità di un grande spavento globale, ovvero la necessità che i mercati collassino ancora: insomma, il grande rischio di inizio 2016 è che i mercati abbiano bisogno del panico per ottenere risposte politiche coordinate. Ma c'è un problema in più ad aggravare la situazione, un qualcosa frutto proprio delle politiche assurde poste in essere finora dalle Banche centrali. Alla fine del 2015, i titoli di Stato che nel mondo viaggiavano con rendimenti sotto zero erano pari a 3mila miliardi di dollari. Ora, dopo appena un mese del 2016, siamo a 5.500 miliardi o 5,5 triliardi se si preferisce questa unità di misura, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina. Il succo non cambia: una marea di titoli di Stato oggi non offre più un rendimento, anzi bisogna pagare il venditore per possederli e a dover mettere mano al portafoglio per detenere carta sovrana e avere il privilegio di parcheggiare il proprio capitale nella sicurezza dei bond governativi sono qualcosa come un quarto degli obbligazionisti mondiali. 

Di più, la paura che un deterioramento economico e l'aumento esponenziale delle politiche abnormi delle Banche centrali per combattere la deflazione hanno ottenuto l'effetto contrario: ovvero, non solo siamo nello scenario bizzarro di investitori che pagano governi per detenere i loro soldi, ma le aspettative inflazionistiche a 5 anni sono ben lontane dal mitologico 2%, tanto che al livello attuale di quelle Usa, il buon Ben Bernanke diede vita al Qe2. Un quarto dell'indice per i bond governativi di JP Morgan ha tassi negativi e venerdì scorso, dopo la mossa della Bank of Japan sui tassi, i rendimenti di bond giapponesi, francesi e tedeschi hanno toccato minimi record: e giova ricordare che solo una settimana prima, il governatore della Banca centrale nipponica, Haruiko Kuroda, aveva categoricamente escluso il ricorso a una politica del genere. 

In Europa, la prima area del mondo ad adottare tassi di interessi negativi, circa metà del debito governativo ha rendimenti sotto zero, con Germania, Finlandia e Svizzera in cima alla classifica e con gli yields in negativo fino alla scadenza benchmark del decennale. La mattina di sabato scorso almeno 13 nazioni avevano i rendimenti del bond a 2 anni in negativo e 10 nazioni arrivavano a yields sotto zero fino alla scadenza dei 5 anni. Il secondo grafico mette la situazione in prospettiva e ci mostra come oltre un quinto del Pil globale, il 23,1%, oggi è prodotto da nazioni che hanno tassi di interessi negativi, calcolando che solo Bce e Bank of Japan insieme sono responsabili per il 21% del Pil globale e i Pil di Svizzera, Finlandia e Danimarca aggiungono un altro 2,5% al totale. 

 

 


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