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SPY FINANZA/ Il nuovo "bazooka" degli Usa per cercare la ripresa

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E sempre in ossequio al quel 70% del Pil che si basa sui consumi, ecco le chiusure già annunciate di punti vendita da parte dei principali marchi Usa per il 2016. Wal-Mart chiuderà 269 punti vendita a livello globale, 154 dei quali negli Usa e taglierà circa 16mila posti di lavoro; K-Mart 27 punti vendita da qui a giugno; J.C. Penney chiuderà 47 store, dopo averne chiusi 40 nel 2015; Macy's chiuderà 36 punti vendita e taglierà circa 2500 posti di lavoro; Gap chiuderà 175 negozi in Nord America; Aeropostale 84 punti vendita; Finish Line 150 punti vendita da qui al 2018; Sears, che lo scorso anno ha chiuso 600 punti vendita, ha annunciato possibili nuove chiusure visto che le vendite continuano a calare. Vi pare un'economia che poteva reggere un rialzo dei tassi, anche solo di un quarto di punto, dopo sei anni di metadone di Stato? 

Gli ordinativi di beni durevoli si siano sfracellati al suolo, segnando un -5,1% su base mensile, mentre le spedizioni e i nuovi ordinativi del segmento core - quello che esclude la difesa - sono scese addirittura del 7,5% su base annua: in entrambi i casi, siamo ai livelli minimi dal crollo Lehman. Dinamiche di calo simili non si sono mai registrate in America al di fuori di una recessione o nei mesi subito precedenti a essa. Infine, è di ieri la notizia che a gennaio negli Usa sono stati creati solo 151mila nuovi posti di lavoro non agricoli, contro le attese di 190mila e quelle di oltre 200mila di molte banche d'affari. 

Insomma, salvando la Cina - attraverso l'indebolimento del dollaro - gli Usa hanno salvato anche se stessi, segnalando al mondo il proprio errore e permettendo almeno ai mercati di non schiantarsi. Ora però serve attivare la ripresa vera, peccato che il ciclo storico ci indichi come una recessione arrivi ogni sette anni negli Usa e il settimo anno dall'ultima incorsa è proprio il 2016: quale bazooka devono inventarsi gli Usa? L'unico che ha sempre funzionato nella storia, il moltiplicatore del Pil per eccellenza: il warfare, le spese per la difesa. E guarda caso, mercoledì, il ministro della Difesa Usa, Ashton Carter, ha annunciato un budget del Pentagono per l'anno fiscale 2017 da 582,7 miliardi di dollari. Queste le voci contemplate: 7,5 miliardi per la lotta all'Isis; 71,4 miliardi per sviluppi strategici; 8,1 miliardi per guerra sottomarina; 1,8 miliardi per le munizioni. Ma soprattutto, il Pentagono intende quadruplicare, passando dagli attuali 800 milioni a 3,4 miliardi, la spesa per investimenti nei Paesi Baltici in chiave deterrente a quella che Carter ha definito "l'aggressione russa all'Europa". Lo conferma il Washington Post, a detta del quale «in ossequio alla European Reassurance Initiative, il Pentagono intende aumentare la presenza di truppe statunitensi in Europa, espandere il posizionamento di veicoli da combattimento e altri equipaggiamenti, aiutare gli alleati a costruire infrastrutture militari e addestrare più truppe alleate».

Unite a questo le armi che l'industria bellica Usa vende a mezzo mondo e il fatto che mezzo mondo stia armandosi per combattere in Siria, Iraq, Libia, Yemen e chi più ne ha, più ne metta e capite da soli quale ricetta abbiano scelto gli Stati Uniti per evitare che nuova recessione sia trasformi in realtà in una depressione globale. È la guerra, bellezza. E finché c'è lei, c'è speranza. 



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