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FINANZA E POLITICA/ L'alternativa alle "mance elettorali" di Matteo

Pubblicazione:domenica 7 febbraio 2016

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

La risposta immediata è no, non ci sono i margini. E non basta certo rosicchiare qualche decimale di punto. Una riduzione vera, perché sia consistente ed efficace, deve abbassare la pressione fiscale complessiva in modo permanente, magari cominciando in punta di piedi per finire di corsa dopo un triennio. Un percorso che aveva disegnato Pier Carlo Padoan fin dalla sua prima legge di stabilità, basandosi anche sulle analisi e sulle previsioni della Banca d’Italia. Le cose sono andate altrimenti, con misure improvvisate inventate da consiglieri improvvisati, perché evidentemente Renzi non si fida di quelli che considera poteri forti a lui estranei.

Esistono le risorse per camminare lungo quel sentiero, per quanto stretto e accidentato? Se si fossero seguite le indicazioni di Carlo Cottarelli, sarebbero saltati fuori una ventina di miliardi tra quest’anno e il 2017. E la sua era un’operazione da bisturi e forbicine, mentre sarebbe possibile tagliare molto di più pur senza intaccare il perimetro dello stato sociale, come si suol dire.

Di proposte, realistiche, concrete, è piena la biblioteca in via XX Settembre. Il fatto è che nessun ministro dell’Economia finora ha avuto l’imprimatur del capo del governo. Giulio Tremonti aveva escogitato i tagli lineari e mal gliene incolse. Vittorio Grilli aumentò le tasse per conto di Mario Monti e non tagliò le spese. Fabrizio Saccomanni cercò di navigare a vista. Padoan sembra Penelope costretta a fare e disfare la sua tela. Dunque, la spesa pubblica è rimasta un tabù intoccabile perché si pensa che sia lo strumento migliore per comprarsi il consenso. Non ci sono movimenti no tax in Italia, paese dove la gente paga ogni anno sempre di più, mugugna, tira la cinghia, protesta, ma non reagisce. Fino a quando?

Anche Renzi continua con il solito tran tran e cerca di aumentare le munizioni per le prossime tornate elettorali (dalle comunali al referendum quest’anno, voto politico forse l’anno prossimo), quindi vuole ampliare il disavanzo pubblico per allargare le spese assistenziali. Così, combatte una battaglia improba a Bruxelles, ma è una battaglia di retroguardia, destinata ad assorbire inutilmente troppe energie. Se volesse davvero sparigliare dovrebbe presentarsi con un robusto pacchetto di tagli fiscali compensato da riduzioni della spesa corrente. Per evitare impatti pro ciclici, di fronte al rischio di una prossima recessione, potrebbe anche ampliare il deficit il prossimo anno, sapendo però che il moltiplicatore fiscale (che ha sulla congiuntura un effetto più forte della spesa) compensa il buco negli anni successivi se le uscite del governo verranno mantenute in linea con la crescita.

È una linea sensata e nient’affatto avventuristica sulla quale chiedere il consenso al parlamento e ai contribuenti. Poi vedremo se Bruxelles sarà in grado di mettere i bastoni tra le ruote.



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