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FINANZA E POLITICA/ L'alternativa alle "mance elettorali" di Matteo

Pubblicazione:domenica 7 febbraio 2016

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Nel suo discorso nella tana del lupo, a Francoforte, davanti al parterre della Bundesbank, Mario Draghi si è mostrato molto preoccupato. Ci sono componenti strutturali dell’economia globale che tengono in basso l’inflazione e rendono poco efficace la politica monetaria, ha detto. E ha ripetuto: non ci arrenderemo. Quelle componenti non sono permanenti (per esempio, il prezzo del petrolio), in ogni caso il presidente della Bce è convinto di avere una cassetta degli attrezzi ancora piena di strumenti, quelli giusti per reagire. Il problema è usarli fino in fondo e senza timori o timidezze.

Il messaggio era rivolto alle preoccupazioni della banca centrale, del governo e dell’opinione pubblica tedesca, la quale resta ancora legata, come in un riflesso pavloviano, al rischio inflazione, anche quando l’evidenza dei fatti dimostra che il pericolo semmai è esattamente il contrario. Ma Draghi ha anche lanciato un allarme a tutti, perché non c’è dubbio che le forze globali in azione “congiurano” (come ha detto) a innescare nuovi rischi di recessione: la Cina si sta fermando, i paesi in via di sviluppo affondano, gli Stati Uniti sono paralizzati da una campagna elettorale tra le più incerte e pazze della storia recente.

Dunque, siamo a una svolta? Su queste pagine lo abbiamo scritto all’inizio dell’anno, osservando i mercati che scommettono proprio su un’inversione del ciclo. Gli infausti vaticini potrebbero rivelarsi errati, ma molto dipende da come reagirà il governo dell’economia soprattutto in Europa. E qui è davvero difficile essere ottimisti. Il progetto europeo ha perso da tempo la sua spinta propulsiva, s’è appannato durante la grande crisi, viene rimesso in discussione oggi dall’ondata migratoria e dalla risposta in ordine sparso alle tensioni sociali ed economiche. Nessuno sembra credere più che si possa far appello ai valori sui quali i visionari di Ventotene, oggi tanti celebrati, basarono la loro idea di un’Europa di pace dopo che il Continente aveva scatenato due conflitti mondiali e ne era stato dissanguato. L’Unione si è prima disunita, poi rinazionalizzata, infine oggi si sta dissolvendo, priva com’è di una classe dirigente all’altezza delle sfide. L’ipotesi tedesca di rilanciarla attorno a un nocciolo duro sembra persino velleitaria se nemmeno la Francia è in grado di rispettare i limiti e i vincoli che i pochi virtuosi impongono a se stessi e agli altri.

È comprensibile, in questo senario, che il governo italiano morda il freno, strepiti, si agiti per strappare qualche scappatoia. Poca cosa, ma forse abbastanza per non restare soffocati. Quale risultato potrà ottenere Matteo Renzi a parte mostrare urbi et orbi che non vuol fare il tappetino a Jean-Claude Juncker e ai suoi burattinai tedeschi? Per rispondere dobbiamo dare un’occhiata a come sta andando l’economia reale e all’impatto della Renzinomics.

Il dato più evidente è che gli stimoli non hanno funzionato. I bonus non hanno fatto aumentare i consumi. L’incremento del potere d’acquisto, tutt’altro che disprezzabile (+1,4%) è andato per due terzi a rimpolpare i risparmi sotto forma di depositi bancari a vista. Ciò è il segnale chiaro della paura del presente e ancor più del futuro. Gli economisti lo chiamano comportamento cautelativo, tipico delle fasi di grande instabilità e incertezza. Per contrastarlo, ovviamente, occorre rimuovere le cause che lo hanno provocato. Alcune di esse sono fuori dalla portata della politica economica, tanto più di quella nazionale la quale può fare una sola cosa davvero significativa: ridurre le imposte. Sarebbe una scommessa sul futuro, un’iniezione di fiducia, un aumento del reddito disponibile che potrebbe sostenere la domanda (di consumi e di investimenti), anche perché cambierebbe al meglio il barometro delle aspettative. Ma è possibile?


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