BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

FINANZA/ Gli "effetti collaterali" di Bce e Fed

La sede della Bce a Francoforte (Infophoto)La sede della Bce a Francoforte (Infophoto)

Quindi la Fed, nonostante chiari e diffusi segnali negativi (si veda il mio precedente articolo per una semplificata enucleazione), prima comunica e attua la decisione di invertire la politica monetaria in senso restrittivo, crea una certa turbolenza nei mercati finanziari, e successivamente dà l'impressione di voler ritornare sui suoi passi. Tanto che ora è probabile che il passo programmato di incremento dei tassi possa subire una certa sospensione, forse per tutto il 2016. Verrebbe da dire: ma non poteva pensarci prima? Poiché, in caso contrario, cioè se persistesse con il passo programmato della sua politica restrittiva, il comportamento sarebbe quasi masochistico, in quanto gli effetti sarebbero veramente nefasti. 

A dire il vero, dal 16 dicembre scorso, le condizioni dell'economia e dei mercati finanziari si sono ulteriormente degradate. Per quanto riguarda gli Usa, a tutto quanto già riportato nel mio precedente articolo, si deve aggiungere che anche l'Ism dei servizi, che sperimenta in genere un certo ritardo, ha cominciato ad accoppiarsi, in termini di tendenza al ribasso, all'Ism manifatturiero. Il primo, quello dei servizi, è ora ai livelli del 2013, mentre il secondo, quello manifatturiero, ha raggiunto valori che non si vedevano dal 2009. Gli ordini industriali, a loro volta, sono sempre più bassi, cioè a livelli da recessione; e il trasporto pesante su strada segue le stesse orme. 

Ma quello che comincia veramente a preoccupare è il deteriorarsi del rischio di credito che può essere riscontrato da vari dati come, ad esempio, dall'incremento del valore dei Cds (si veda, ad esempio quelli su Deutsche Bank); dal valore delle obbligazioni delle società bancarie e finanziarie; dal continuo calo delle quotazioni delle banche giapponesi ed europee. Tale rischio si sta estendendo al mercato Usa (si veda lo Us Bank Risk). Tale aspetto è caratterizzato dal fatto di essere mondiale. Infatti, sotto la veste apparentemente tranquilla dei bilanci bancari, giacciono una montagna di crediti deteriorati. 

A questo proposito, il malato numero uno è proprio la Cina, che con una politica dissennata, e che per qualche hanno ha fatto comodo ai Paesi occidentali, in termini di mitigazione della Grande Recessione, ha incrementato il credito di ben 21 trilioni di dollari in soli sette anni. Un tale incremento, in un così ristretto arco di tempo, non si era mai visto nella storia finanziaria mondiale. Il risultato è che ora una stima prudenziale parla di circa 5-6 trilioni di dollari di crediti deteriorati, di cui almeno 4,4 trilioni potrebbero essere delle vere e proprie perdite. E ciò farebbe sicuramente tremare il mondo. Ma, come detto, il caso è mondiale, per cui anche l'Europa ha la sua gatta da pelare, con circa 1 trilione di dollari di crediti deteriorati, di cui l'Italia ne annovera circa 350 miliardi di euro, cioè pressappoco il 20% dei crediti totali. 

Gli indicatori, come detto, stanno già "flashando" continuamente. Le banche cominciano a postare notevoli perdite di bilancio (si veda Deutsche Bank o, ultima, la Credit Suisse che ne ha postato qualche giorno fa circa 5,8 miliardi di dollari nel solo quarto trimestre 2015).