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FINANZA E POLITICA/ Il "poker" fallimentare di Renzi

Matteo Renzi, spiega GIUSEPPE PENNISI, sta giocando una partita su due tavoli. Ma sembra con esiti tutt'altro che soddisfacenti e con ripercussioni che ricadono su tutta l'Italia

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Per comprendere il dibattito in corso tra il Presidente del Consiglio Matteo Renzi e (gran parte delle) istituzioni europee occorre conoscere gli elementi di base di "teoria dei giochi multipli", una disciplina sviluppatesi in gran misura negli anni Settanta e portata in Italia (specialmente nelle sue applicazioni alla politica internazionale) dall'attuale ministro dell'Economia e delle Finanze Prof. Pier Carlo Padoan e dal Senatore del Pd Prof. Paolo Guerrieri. Con ciò non intendo dire che Padoan e Guerrieri abbiamo formato Renzi nella "teoria dei giochi multipli" e siano suoi consiglieri nell'applicazione specifica che il Presidente del Consiglio sta attuando. Molto più probabilmente sono gli "animal spirits" del capitalismo a portare Renzi sul percorso della "teoria dei giochi multipli'"con il proposito di "cogliere due piccioni con una fava", come si direbbe sulle rive dell'Arno.

Andiamo con ordine. La "teoria dei giochi plurimi" ipotizza che il giocatore operi, simultaneamente, su due tavoli con due differenti obiettivi da massimizzare. Un'ipotesi che va a pennello a Renzi. Su un tavolo, quello italiano, intende, legittimamente, massimizzare "la popolarità" e prendere voti a destra e a manca per creare quel Partito della Nazione che potrebbe essere la premessa di un sistema a partito unico, o dominante, come è avvenuto in decenni in Giappone con il Partito Liberal Democratico o in Messico con il Partito Rivoluzionario Istituzionale. Sull'altro, quello europeo, intende, anche qui massimamente, massimizzare "la reputazione" propria e dell'Italia, restando nel quadro delle regole, ma ottenendone il massimo e crescendo così di ruolo e di peso (sia lui che l'Italia).

Ciò consente di interpretare il vasto numero di controversie in corso con le istituzioni europee (flessibilità, migranti, banche, Ilva e via discorrendo). Queste controversie fanno sì che sul tavolo (interno) della "popolarità" appaia come l'uomo in grado di rappresentare con vigore il Paese e le sue istanze, ottenendo consensi dai "populisti" di destra e di sinistra; le critiche, a volte invettive, contro "le perversioni" della burocrazia europea hanno un riscontro positivo immediato in milioni di italiani, che quotidianamente si sentono stritolata dalla polverosa burocrazia nostrana. Tuttavia, di solito, il popolo elettore opta per chi vince. Non per chi non solo perde, ma viene preso a bastonate. Quindi, i guadagni in termini di "popolarità" devono essere simultanei e commensurati con quelli di "reputazione". L'equilibrio, ci ha insegnato John Nash (quello di A Beatiful Mind), è quasi sempre instabile.

Sul tavolo che possiamo chiamare, per semplicità, "della reputazione", le cose vanno meno bene di quel che possa sembrare. Fare la voce grossa non è sempre il modo migliore per ottenere quel che si vuole in un consesso di 28 Stati (di vario peso, rango e orientamento). Anzi Giuseppe Verdi ci ricorda (La Forza del Destino, Atto IV, quadro II) che le minacce e i fieri accenti / portan seco in preda i venti. Ossia che battere i pugni sul tavolo non è sempre la maniera più efficace per massimizzare la "reputazione".