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FINANZA E POLITICA/ Le "proposte impossibili" dell'Italia all'Ue

Pubblicazione:martedì 1 marzo 2016

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Certamente “bene comune”, nella logica di difendere quel che rimane dello spazio di Schengen, sono le frontiere esterne. Anche in questo ambito, dunque, l’elaborato italiano perora un finanziamento collettivo questa volta con l’emissione di bond strumentali (da presumersi agganciati, in prospettiva, a un bilancio federale). Si legge anche di progetti infrastrutturali su scala europea e di una nuova Europa dell’innovazione e della ricerca che finanzi il principale driver dell’avanzamento tecnologico: l’istruzione. 

L’approccio trasuda tutta la robusta cultura economica di un ex direttore esecutivo del Fmi (poi capo economista dell’Ocse) e ricalca le principali posizioni accademiche, soprattutto d’oltreoceano, che da subito hanno considerato caduca la costruzione monetaria comune in difetto di un ancoraggio a un bilancio e a istituzioni federali. Nel 2001, Rüdiger Dornbusch, economista americano nel frattempo scomparso, raggruppava gli atteggiamenti di quella comunità scientifica nei confronti dell’euro in tre diverse tipologie: “Non può succedere”, “È una pessima idea” e “Non può durare”. Una forzatura storica, monca, pericolosamente sovrapponibile a un sistema di cambi fissi con le medesime speranze di vita (al netto di Mario Draghi che non era stato messo in conto). 

In aree non omogenee come la zona euro, le differenze di competitività, in assenza di un’unione monetaria, sono compensate fisiologicamente attraverso la svalutazione del cambio. Le stesse differenze di competitività dei sistemi produttivi, esistenti anche tra l’Italia e la Germania (ma clamorose, ad esempio, tra la Germania e la Grecia) sono certo gestibili anche in un’unione monetaria, ma attraverso la valvola della fiscalità con i suoi effetti redistributivi e anti-ciclici. Proprio l’Italia - ma anche la stessa Germania con alcuni suoi land riunificati - sperimenta da 150 anni questi effetti perequativi per tenere insieme aree disomogenee in termini di competitività che, difficilmente, sotto la sferza di un sistema che corre in soccorso del vincitore e amplifica le asimmetrie si autoriformano d’incanto in qualche anno. 

Quello che pare accertato è proprio l’impossibilità di sistemi democratici come quelli europei di orientare le politiche di convergenza necessarie per costruire aree monetarie ottimali a colpi di indispensabili riforme (spesso radicali come nel caso italiano) mantenendo un sufficiente grado di consenso popolare, senza il quale il processo integrativo si inabissa. Mai nella sua storia l’Europa ha avuto così scarsa attrattiva anche in paesi dalla solida tradizione europea come il nostro. Mai come oggi questo processo di costruzione è entrato in debito di ossigeno perché privo della spinta comune a cui si è sostituito un miope e istintivo ripiegamento nazionalistico a cui non è difficile pronosticare un effetto domino.


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