BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

FINANZA E POLITICA/ Le "proposte impossibili" dell'Italia all'Ue

Pubblicazione:

Infophoto  Infophoto

Ma se è vero tutto ciò, proporre all’Europa - e alla Germania in particolare - l’inizio di un percorso di avvicinamento ai suoi cittadini con un sussidio di disoccupazione comune e di stabilizzazione dell’Emu con l’introduzione (sebbene “nel lungo periodo”) di una capacità fiscale e di bilancio della zona Euro non è la soluzione del problema, è la sua enunciazione. Nessuno compos sui, neanche Jens Weidmann, dubita che l’Unione potrà stabilizzarsi definitivamente senza una vera unione bancaria e dunque, come prevede il rapporto dei cinque presidenti, senza l’assicurazione europea dei depositi e più risorse collettive per il macchinoso fondo di risoluzione delle crisi bancarie; che occorra un’arteria femorale che temperi le diacronie dei cicli economici tra i diversi paesi che egregiamente potrebbe essere rappresentata da uno schema di indennità di disoccupazione europeo; che l’impatto sulla crescita collettiva di investimenti su scala europea (ad esempio, nel settore del costruendo mercato unico dell’energia) non è lontanamente paragonabile alle ricadute di singoli investimenti nazionali e si potrebbe continuare. 

Il punto è che per arrivare a questo non basta proporlo bussando ossessivamente alla porta della Germania. Questi riequilibri non sono neutri. Hanno quale effetto imponenti travasi di risorse finanziare da un Paese europeo all’altro. Dalla tasca di un contribuente tedesco, olandese o lussemburghese a uno italiano o spagnolo. In questo quadro istituzionale tali redistribuzioni sono considerate trasversalmente in Germania (non solo dalla Merkel) un azzardo. Un portare acqua in tanti bacili bucati senza alcuna garanzia di controllo sulle operazioni di chiusura dei buchi. Si pensi solamente alla libertà ancora energicamente rivendicata da Renzi di seguire la “sua” politica economica a Bruxelles, i cui effetti potrebbero essere pagati, con quei meccanismi in essere, dagli altri paesi Ue.

È vero che meritoriamente il paper, con il quale rimessi i pugni tasca l’Italia ha ripreso a fare politica, parla di corrispondente e progressiva riduzione dei rischi per l’avanzamento dei meccanismi di solidarietà secondo la rotta tracciata da Draghi, ma questo non è sufficiente per fare breccia nel cuore tedesco. Per farlo bisogna partire da un’illuminante dichiarazione, in un recente dibattito in Italia, di Hans-Werner Sinn, considerato nel 2013 dallaFrankfurter Allgemeine Zeitung l’economista con maggiore influenza politica in Germania. Dice Sinn: “La premier Merkel adora il premier Hollande, non è vero, ma Hollande ama molto il denaro della signora Merkel, e questo è vero. E si parla di un matrimonio. Allora la domanda è: cosa facciamo, comunione dei beni prima del matrimonio o dopo il matrimonio? Questo è il vero problema dell’Europa, un problema di sequenzialità”. 

Ecco il nodo è questo. Vogliamo cedere irreversibilmente sovranità e diventare uno Stato federale come non esclude neanche Sinn? Se non lo vogliamo se ne traggano le conseguenze con tutte le incognite del caso di smontare quanto abbiamo costruito sino adesso nella prospettiva di una “ever closer Union” che è chiaro non tutti vogliono. Se invece lo vogliamo si smetta di chiedere agli altri di farsi carico di problemi domestici senza consentirgli di intervenire per impedirne l’insorgenza o mitigarli. Vale per l’euro e le politiche macro e microeconomiche, ma anche per le frontiere. Le une e le altre in un ottica federale in cui tutto si tiene non sono semplicemente più nostre, ma della federazione. Insomma, sposare la Merkel è comprensibile non sia il sogno erotico più ricorrente degli italiani, ma si smetta di sognare a occhi aperti la comunione dei beni senza il correlato sacrificio di libertà. 



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.