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FINANZA/ Draghi e la "finta moneta" che ci lascia a secco

Pubblicazione:giovedì 10 marzo 2016

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Nessuno ne parla, né osa porre la questione: ma il fallimento delle politiche monetarie della Bce di Mario Draghi è sotto gli occhi di tutti. La Bce ha un solo obiettivo dichiarato costituzionalmente: tenere l'inflazione a un valore prossimo e inferiore al 2%. Non importa se splenda il sole o faccia brutto tempo: l'ottusa ideologia monetarista oggi dominante ha preteso di fissare dei dogmi che devono valere sempre. E oggi, con la crisi in corso, ne vediamo tutti i limiti.

La Bce ha fatto di tutto pur di sostenere un sistema bancario fallito. Ha anche violato i patti, tra cui quello di non acquistare titoli di Stato. Ma quando il sistema rischiava di saltare e di travolgere le banche e poi gli stati, allora la Bce ha fatto quel poco che poteva fare, pur violando le regole. Il vero problema è che la Bce non ha i mezzi per agire adeguatamente: l'ho già osservato in altri articoli. Come può una sola banca centrale servire adeguatamente economie nazionali tanto differenti tra loro? Inevitabilmente se favorirà una, sfavorirà le altre. C'è qualcuno che si meraviglia se quella maggiormente avvantaggiata è stata la Germania?

Il sistema è inevitabilmente iniquo, perché se il costo del denaro è pari, per esempio, al 2%, saranno favorite (dal prendere denaro a prestito) quelle economie che crescono più del 2%, mentre saranno sfavorite quelle economie che crescono meno del 2%. Quindi le economie che già si trovano in condizioni di difficoltà vengono ulteriormente sfavorite dal fatto di avere una moneta unica e non poter ricorrere alla svalutazione monetaria. Allora si ricorre all'unica alternativa, cioè la svalutazione del lavoro (cioè l'abbassamento dei salari) che porta al collasso del mercato interno e al disperato tentativo di tenere in equilibrio il sistema con le esportazioni. Ma pure questa strada non può funzionare per il semplice motivo logico che non possono esportare tutti, qualcuno dovrà importare. E così chi riesce a esportare riesce (temporaneamente) a stare in piedi, mentre gli altri avranno una spirale deflattiva senza fine, cadenzata dalla vendita delle aziende migliori acquistate da concorrenti stranieri.

In tale contesto, la variazione in qualsiasi senso del tasso di interesse non può cambiare il quadro della situazione: qualsiasi livello finirà per favorire qualcuno e sfavorire gli altri. Per questo risulta stucchevole e fuorviante tutto il dibattito sul se e quando la banca centrale alzerà o abbasserà il tasso, e di quanto. Il risultato sarà il fallimento certo della politica monetaria, in ogni caso. 

Il fallimento è chiaramente visibile dal fatto che la Bce, con tutti i suoi sforzi e i presunti bazooka di Draghi, non riesce a riportare in alto l'inflazione, non riesce a raggiungere quel misero 2% tanto agognato. Questa semplice osservazione della realtà ora è pure sostenuta da uno studio della prestigiosa fondazione belga Bruegel, un think thank di economisti. Il titolo è già eloquente: "Is globalisation reducing the ability of central banks to control inflation?" ("La globalizzazione sta riducendo la capacità delle banche centrali di controllare l'inflazione?"). La risposta è ovvia. In un mondo sempre più globalizzato, quindi interconnesso, l'inflazione dipende sempre meno dalla quantità di liquidità in circolazione e sempre più dai prezzi delle materie prime (o dai beni importati). E con le materie prime in sostanziale calo, l'inflazione rimane un'utopia.


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