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FINANZA E POLITICA/ Sapelli: ecco come salvarci dopo il flop di Draghi

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Mario Draghi (Infophoto)  Mario Draghi (Infophoto)

Il mondo non è solo immenso, ma è anche immensamente vario e interessante. Sentite un po’ che cosa sta accadendo in Giappone. I sindacati del settore bancario e assicurativo, che sono una vera e propria potenza per iscritti e influenza politica, hanno annunciato in grande stile che rinunceranno, dopo anni di rivendicazioni, a richiedere i consueti aumenti salariali perché sono preoccupatissimi delle conseguenze negative in termini occupazionali e di condizioni di lavoro che potrà avere la politica di tassi di interessi negativi praticata dalla Banca centrale del Giappone. I lavoratori delle mega banche Sumitomo-Mitsui, della Mizuho e delle assicurazioni Tokio Marine e Sompo Japan accusano la Banca centrale di minare in tal modo i bilanci dei loro datori di lavoro e di indurre le piccole imprese a ridurre i salari per timore delle negative conseguenze che ne deriverebbero su tali imprese di cui il Giappone è, come è noto, ricchissimo. Insomma, sembra che il mondo si capovolga o quanto meno che il vento stia girando o cambiando verso, per usare un termine politicamente sempre più in voga.

Anche la stampa internazionale disvela tutta una serie di timori - per esempio - su ciò che può accadere in conseguenza della decisione assunta da Mario Draghi, che ieri ha dato il via a una ondata di prestiti alle banche con tassi di interesse negativi, condizionati alla concessione di crediti all’economia, e all’incremento di 20 miliardi mensili di liquidità acquistando anche titoli di imprese non creditizie. Ma gli umori degli operatori sui mercati finanziari non sono per nulla positivi, con addirittura una risalita dell’euro. Di più: le critiche al “grande Mario” iniziano a fioccare anche da parte di coloro che lo hanno sempre sostenuto.

Negli Usa la preoccupazione per la deflazione europea cresce, soprattutto perché essa è una dei macigni internazionali sul grande disegno neo-imperiale del Trattato transatlantico tra Usa ed Europa su cui si gioca ormai il ruolo stesso degli Stati Uniti su scala mondiale, soprattutto se si pone a mente che questo disegno si accompagna con più successo all’altrettanto grande progetto di Trattato transpacifico che, come è troppo poco noto, coinvolge gli stati dell’America del Sud che affacciano sul Pacifico e gran parte dei paesi asiatici con l’esclusione però della Cina e l’inclusione dei suoi due storici nemici: il Giappone e il Vietnam.

Mai come oggi l’economia è legata alla geo-strategia attraverso l’anello del potere mondiale e del suo sistema di pesi e di rilevanze. È proprio questo sistema di pesi e di rilevanze che le politiche della Bce rischiano di mettere in pericolo con evidenti conseguenze possibili sul sistema di alleanze internazionali. Anche la City londinese inizia a veder serpeggiare tra i suoi esponenti una crescente insofferenza per l’Europa: si sente salire il tasso di consenso verso la Brexit, ossia l’abbandono da parte del Regno Unito dell’Europa, incoraggiati, coloro che vogliono rompere ogni legame con essa, dal regime di iper-regolazione che ormai vige nel Vecchio continente e che francamente è divenuto un vero e proprio ostacolo al lavoro bancario e assicurativo. Una iper-regolazione che tuttavia non ha incentivato processi di clearing house, ossia di trasparenza e di eliminazione delle shadow banks e delle shadow pools, ossia quelle scatole nere dove si effettuano transazioni di derivati e di titoli tossici senza controllo alcuno.



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