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BANCHE E POLITICA/ Banco Popolare e Bpm: la parola è alla Bce ma anche al mercato

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Carlo Fratta Pasini, presidente del Banco Popolare  Carlo Fratta Pasini, presidente del Banco Popolare

Se anche dai sindaci venisse un endorsement netto, tutti i soci sabato conteranno però ancora per un voto: anche se sarà l'ultima assemblea di bilancio del Banco come cooperativa (l'anno prossima il gruppo sarà comunque una Spa, come la Bpm, anche senza aggregazione). La parola del "popolo del Banco" sarà decisiva: sia nel sostenere le posizioni del management a Francoforte (dove il dossier Banco-Bpm ha anche un profilo politico nel quadro della confrontation fra Italia e Ue), sia nell'ulteriore fase delle trattative con la Bpm.

In Piazza Meda, l'ultimo consiglio di gestione è parso invece rafforzare una posizione attendista. La governance Bpm, finora, non ha ostacolato il progresso dei colloqui serrati condotti in prima persona dall'amministratore delegato Giuseppe Castagna con il suo omologo veronese. Proprio giovedì, tuttavia, a Milano, il Consiglio di gestione presieduto da Piero Giarda (quello di sorveglianza è guidato da Mario Anolli) è sembrato smorzare il clima di "volata finale". Ha preso atto che il dossier promette - opportunamente - di essere definito in tempi brevi: ma più in chiave di aspettativa del giudizio Bce che di impegno ultimativo per un esito positivo.

Com'era del resto prevedibile - e com'è naturale che sia -, la governance Bpm (su su fino al corpo sociale) sta cominciando a far emergere i suoi orientamenti in modo più leggibile. Orientamenti non improntati a opposizione pregiudiziale al proprio Ceo, ma sicuramente a una valutazione più oggettiva, "di mercato", delle prospettive strategiche della Popolare milanese. Quest'ultima, fra l'altro, non ha anticipato la propria assemblea annuale, mantenendola alla canonica scadenza di fine aprile. E in quella sede è confermato il rinnovo ordinario del Consiglio di sorveglianza: il diaframma di vertice fra i soci e la governance. Il rinnovo avverrà ovviamente ancora nella cornice cooperativa: in attesa dell'assemblea di trasformazione in Spa, in calendario orientativo entro giugno. Forse più che nelle cose che negli atteggiamenti elaborati o espressi, è innegabile che ogni giorno che passa la Bpm sembra adottare sempre più un approccio "mani libere". Mani libere che, inevitabilmente, rivendicherà il nuovo presidente del Cds, chiunque sarà.

Era stato del resto profeta e realista Franco Saviotti al Forex: "Il piano Banco-Bpm va chiuso entro febbraio". Invece siamo a metà marzo e - in assenza di un sì convinto della Bce - stavolta è difficile attribuire alla "solita Bpm" dei dipendenti-soci un atteggiamento realista verso l'ipotesi-Banco: da esplorare fino in fondo, certamente, ma non da trasformare in questione di vita o di morte. Non per la Bpm, che i fondamentali recuperati proiettano certamente verso la contendibilità in Borsa all'indomani della trasformazione in Spa. Ma - non deve sembrare paradossale - è uno scenario che sta assumendo rilievo alternativo per molti soci Bpm: meglio una fusione che - inizialmente - tutelerebbe l'autonomia della banca, ma penalizzerebbe un po' il titolo milanese; oppure tutti i rischi e le opportunità connessi con una piena valorizzazione al listino del titolo Bpm "stand alone", scalabile o pienamente aggregante?

Sabato non sarà importante solo ciò che dirà il "mondo Banco" a Lodi, ma anche quale orecchio presterà - cinquanta chilometri più a nord - il "mondo Bpm".



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