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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Il "casinò" aperto dalle Banche centrali

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In 30 anni, la popolazione giapponese è calata del 30% a quota 90 milioni, mentre la popolazione in età da lavoro è scesa da 78 milioni a 52 milioni circa, un calo del 33%. Di più, il tasso di partecipazione alla forza lavoro si è stabilizzato, ma anche se restasse all’attuale livello del 60%, staremmo comunque parlando di soli 31 milioni di lavoratori. Peccato che il Giappone vanti già oggi 31 milioni di pensionati e il numero è previsto che salga a 36 milioni entro il 2060: insomma, alla scadenza naturale di quel bond a 30 anni emesso la scorsa settimana, il Giappone avrà più pensionati che lavoratori. A livello fiscale e demografico è una strada senza uscita.

Direte voi, come diavolo fanno a piazzare bond a così lunga scadenza pagando nulla di rendimento se hanno una situazione macro simile? Semplice, Tokyo non vende nulla agli investitori, di fatto affitta ciò che ha il valore di un’opzione put a traders di breve periodo, i cosiddetti fast money traders, i quali sanno di poter ottenere un capital gain in tempo breve prima di rivendere quella carta alla stessa Bank of Japan. Ed è ovvio che questa logica funzioni, che la gente compri, per il semplice fatto che la Bank of Japan attraverso l’Abenomics ha detto chiaro e tondo che sarà acquirente di prima e ultima istanza del debito giapponese che va in circolazione. E il fatto di aver portato i tassi in negativo è una garanzia ulteriore dei suoi acquisti onnivori a qualsiasi prezzo, la distruzione assoluta dei concetti di mark-to-marketprice discovery e fair value: è l’Unione Sovietica finanziaria.

Dopo l’asta di mercoledì notte, l’intera curva dei rendimenti giapponese è negativa fino ai 13 anni, significa che bond per un controvalore di 5 triliardi di dollari emessi dal governo più fiscalmente a pezzi del mondo sono stati spediti ai confini della realtà economica in territorio negativo. E la cosa grave, confermata dal blitz di Draghi giovedì scorso, è che il governo giapponese non è nel bel mezzo di un esperimento esotico alieno al resto del sistema finanziario globale, anzi, è il capofila implementatore di una logica keynesiana parossistica che si muove su basi da stato dell’arte. Di più, non solo il Giappone è il dottor Frankenstein che opera su mandato dei vari Krugman di turno, è anche il bravo alunno che dà l’esempio a tutti gli altri, come ci ha dimostrato il G-20 di fine febbraio a Shanghai, dove di fatto la logica del Qe perenne è stata sdoganata come unica ricetta possibile.

Detto fatto, la Bce si è sentita legittimata a compiere il più grande azzardo monetario della sua storia. I banchieri centrali a livello globale hanno creato un paradiso per front-runners, uccidendo in nuce il concetto stesso di bond governativo: un mondo che ha visto il bond britannico, il British consol, viaggiare per oltre 200 anni sulla parità e con un solido rendimento del 3%, ora vede il debito sovrano tramutato in un veicolo per scommesse speculative degli hedge funds che puntano a un capital gain sul brevissimo, operando a leva di repo 95:1. In parole povere, le Banche centrali hanno quasi distrutto il mercato dei bond governativi, arrivando a creare di fatto una platea globale di 60 triliardi di dollari di debito sovrano prezzato in maniera totalmente distorta, oltretutto incanalando nel processo altri triliardi di dollari verso debito corporate ed equities alla disperata ricerca di rendimento, fregandosene bellamente del rischio insito in tale operazione. Quando i giocatori d’azzardo decideranno di uscire dal casinò delle Banche centrali, questo può potenzialmente implodere.