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SPY FINANZA/ Libano, Egitto, Iraq: i "fronti" che l'Europa non vuole vedere

Pubblicazione:martedì 15 marzo 2016

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Certo, Alternative fur Deutschland è nata solo tre anni fa come partito anti-euro e ora ha invece basato l'intera campagna elettorale sul tema dell'immigrazione, ma le due cose non sono strettamente connesse? Non è questione europea il disastro che sta accadendo? Tra quote obbligatorie, hot-spots, ripartizioni, sospensioni di Schengen, identificazioni, superamento del Trattato di Dublino non è forse l'Ue, divisa come non mai ma pur sempre a guida tedesca (quindi Merkel), ad aver portato la situazione al collasso, arrivando ora al suicidio finale di delegare - previo pagamento salato - alla Turchia di Erdogan la tutela dei confini? 

La Cdu ha pagato un prezzo che non è certo economico ma tutto sociale e politico: il travaso di voti dagli scontenti della Cdu per lo spostamento "troppo a sinistra" della signora Merkel è un sonoro schiaffo in faccia che tutti hanno sentito. In Sassonia-Anhalt, dove l'avversione alla politica della signora Merkel sui rifugiati si è sommata al malcontento per la situazione economica (qui la disoccupazione è più che doppia della media del Paese), il 40% degli elettori di AfD, stando alla prima analisi dei flussi di voto, non erano andati alle urne alle precedenti elezioni. Degli altri, la maggior parte, in uguale misura (17%), sono venuti dalla Cdu e dalla sinistra della Linke, oltre che dai neonazisti. Ma anche nei due Laender dell'ovest, AfD ha messo a segno un notevole successo, ottenendo oltre il 14% in Baden-Wuerttemberg e il 12% in Renania-Palatinato. Quindi, un voto anti-ideologico per antonomasia, esattamente come il voto degli operai francesi di Marsiglia per il Front National: non è questione di ideologia, ma di sopportazione ormai al limite. 

Ieri, parlando in sede europea, il ministro degli Esteri, Gentiloni, ha detto che «l'instabilità dell'Africa minaccia anche l'Italia, perché spinge i flussi migratori». E Gentiloni non ha parlato a caso: i fronti si ampliano sempre di più, in effetti. C'è quello siriano, di fatto gestito con il ricatto da Erdogan e sabotato con la chiusura della rotta balcanica, ma c'è anche la Libia, sempre più destabilizzata dall'Isis e pronta a detonare in primavera, quando la tratta di mare verso Lampedusa rischia di tramutarsi in un'autostrada per disperati. Ma ci sono anche altri tre rischi: primo, la volontà di destabilizzare il Libano dell'Arabia Saudita e del Coordinamento dei Paesi del Golfo, i quali hanno dichiarato con un voto unanime Hezbollah "entità terroristica", dimenticando che il movimento sciita esprime due ministri nell'attuale governo di Beirut. Se esplode il Libano, parliamo di milioni di persone accampate nei suoi campi profughi che dovranno scappare. Dove, a vostro modo di vedere, forse in Israele? 

Secondo, l'Iraq. Ieri Erdogan ha infatti ordinato bombardamenti nell'area curda del Paese in rappresaglia all'attentato di domenica ad Ankara e questo potrebbe rinforzare la posizione dell'Isis nel Paese, oltretutto con i nostri militari inviati proprio nella roccaforte di Daesh a Mosul per vigilare sui lavoro di ristrutturazione della diga. La troppa concentrazione sulla Siria ci sta facendo dimenticare il fronte iracheno, un errore mortale. Non è un caso infatti che il numero di contractors privati che lavorano proprio in Iraq per il Dipartimento della Difesa Usa sia salito di otto volte nel corso dell'ultimo anno, un tasso che supera di gran lunga quello del pur crescente numero di militari statunitensi impegnati ad addestrare e formare l'esercito di Baghdad nella lotta contro lo Stato islamico. Un aumento senza precedenti, reso noto 10 giorni fa dal report presentato dal Pentagono al Congresso Usa e che dimostra la sempre maggior dipendenza dell'esercito Usa dai civili, anche per missioni con presenza di truppe relativamente ridotta. A gennaio di quest'anno in Iraq erano presenti 2028 contractors contro i 250 di un anno prima, mentre le truppe dell'esercito erano di 3700 uomini contro i 2300 del gennaio 2015. 


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