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SPY FINANZA/ I "grattacapi" per le Banche centrali

Pubblicazione:mercoledì 16 marzo 2016

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I governatori della Fed puntano molto sulla curva di Phillips, che prevede un aumento dell’inflazione quando diminuisce la disoccupazione, anche se alcuni negano questa correlazione diretta. Per il vicepresidente della Fed, Stanley Fisher, «il legame in realtà non è mai stato molto forte, ma esiste e noi potremmo oggi vedere i primi movimenti di un aumento del tasso di inflazione, qualcosa che vorremmo accadesse». Forse Fischer non ha visto gli ultimi dati, visto che il quadro dell’inflazione sembra essere cambiato negli ultimi mesi. L’indice IPC è all’1,4%, mentre il PCE di fondo è all’1,7%, non troppo distante dall’auspicato 2% e comunque già al di sopra del livello di picco ipotizzato dalla Fed per la fine del 2016.

Le forze inflazionistiche accelerano e si espandono e sta succedendo rapidamente. I dati recenti mostrano che i prezzi dei beni, nonostante il dollaro forte, adesso sono in aumento e che, inoltre, il rialzo sta coinvolgendo anche le componenti “vischiose” dell’inflazione, rappresentate in larga misura dai servizi, al momento a un ritmo del 2,5%. Gli affitti poi continuano a essere una fonte di incremento dei prezzi ed è interessante notare che anche le spese mediche hanno rialzato la testa, dopo il periodo di stagnazione seguito all’introduzione del programma Obamacare: quindi, non solo quelle spese obbligatorie generano Pil, ma anche inflazione.

Qual è il rischio, per ora più teorico che reale? Una fiammata inflattiva inattesa, la quale porterebbe con sé un’enorme conseguenza: la Fed è infatti con le spalle al muro e può contare solo sulle altre Banche centrali, non potendo più operare in misura di stimolo senza provocare un innalzamento dell’inflazione core oltre i livelli desiderati, già altini oggi. Dunque, siamo passati al problema opposto: prima la Fed voleva alzare i tassi per dimostrare che tutto andava bene anche se non era vero e ha fatto un mezzo disastro sui mercati emergenti (quelli maggiormente indebitati in dollari) e provocato scarsità di biglietti verdi in tutto il mondo, ora potrebbe essere costretta ad alzare ancora, ma per combattere qualcosa di reale, che c’è. Ovvero, l’inflazione indotta da spese obbligate e bolla di mercato, come quella immobiliare che sta spedendo gli affitti alle stelle in tutto il Paese, a fronte di dinamiche salariali e potere d’acquisto inchiodate al palo. Un bel guaio, davvero.

Senza contare che a oggi il dato inflattivo non risente della cosiddetta bolletta energetica, essendo il prezzo del petrolio ancora molto basso, ma se si dovesse stabilizzare sopra i 50 dollari al barile, allora anche quella componente potrebbe entrare in gioco e spingere al rialzo il dato inflattivo: miracoli delle politiche drogate delle Banche centrali, passare dalla lotta alla deflazione a quella contro l’inflazione nell’arco di sei mesi. Per carità, nessuno parla di rischio Weimar per gli Usa, ma visto come hanno gestito la politica monetaria fino ad adesso, c’è poco da stare tranquilli.

Di lotta alla deflazione si parlerà invece a Zurigo, visto che la situazione è migliorata a gennaio, passando da un tasso annuale di -1,5% a -0,9%, ma con l’aggravante di un Pil nominale in calo (-0,4% nel 2015), malgrado l’aumento del Pil reale (+0,9%). Certo, margini di manovra ci sono perché i tassi ufficiali svizzeri - il Libor a tre mesi - sono oggi al -0,78%, quindi al centro della banda di oscillazione (tra il -0,25% e il -1.25% ) ma la gran parte degli analisti propende per una politica attendista, soprattutto per una variabile che in Svizzera temono come la grandine. Il Brexit, ovvero l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue dopo il referendum del 23 giugno, un accadimento che potrebbe trasformare il franco svizzero in un bene rifugio, portando con sé un apprezzamento fuori controllo e del tutto indesiderato della valuta, già stremata dalle oscillazioni dopo l’abbandono del peg con l’euro a 1,20.


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