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SPY FINANZA/ I "trucchetti" dietro i rialzi di borse e petrolio

MAURO BOTTARELLI prova a spiegare cosa accade dietro le quinte dei mercati, con i grandi player che cercano di guadagnare scaricando titoli agli investitori retail

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Oggi vi spiego, o almeno ci provo, un po' del meccanismo dietro le quinte dei mercati finanziari di queste settimane, ovvero come i grandi players stiano vendendo come se non ci fosse un domani a prezzi molto alti e il parco buoi stia comprando, salvo rischiare di restare con il cerino in mano tra non molto. Mi farò aiutare in questo compito da Bank of America-Merrill Lynch, un player primario dei mercati, il quale l'altro giorno ha confermato che i suoi clienti sono stati venditori netti di equity per la settima settimana di fila: nonostante l'indice S&P's 500 fosse salito dell'1,1%, le vendite hanno toccato i 3,7 miliardi di dollari, il massimo da settembre e capitanate dagli investitori istituzionali. Ma anche hedge funds e clienti privati hanno venduto, addirittura con il segmento mid-caps che ha visto le vendite ai massimi dal giugno del 2009. Insomma, i clienti di BofA non credono al rally e vendono. Ma chi compra? 

Ce lo dice ancora la banca d'affari: «I buybacks da parte di clienti corporate sono accelerati ancora la scorsa settimana, toccando il livello più alto dallo scorso agosto». Cosa significa questo? Il solito schema Ponzi: la cosiddetta smart money vende titoli alle aziende che stanno ricomprando proprie azioni per mantenere alte le valutazioni, abbassare il flottante e garantire dividendi e bonus e il giochino del trasferimento di denaro è garantito dai detentori obbligazionari, grazie ai tassi. Quindi, attenti a leggere bene le chiusure troppo euforiche degli indici. Ma sempre Bank of America-Merill Lynch ci offre dell'altro, ovvero il sondaggio mensile tra i manager rispetto a quello che ritengono il tail risk maggiore sui mercati. 

A gennaio in cima alla classifica c'erano la recessione in Cina e la crisi del debito nei Paesi emergenti, ma come ci mostrano i due grafici a fondo pagina a febbraio e marzo le cose sono cambiate radicalmente. Un mese fa, infatti, la paura più grande non aveva più a che fare con il Dragone o gli emergenti, ma con gli Stati Uniti, ovvero con la possibilità di una nuova recessione e con il rischio default sul debito energetico. Guardate però cosa c'era al terzo posto? Quantitative failure, ovvero il rischio di fallimento delle misure di stimolo da parte delle Banche centrali. Tutte e tre queste ipotesi non erano presenti nella classifica del mese prima, così come la quarta, ovvero controlli di capitale in Cina. 

Veniamo ora a marzo, come ci mostra il secondo grafico: qual è il tail risk più temuto da chi opera sui mercati? Quantitative failure, proprio dopo che Mario Draghi ha stupito il mondo con l'ampliamento del Qe e la discesa ulteriore in territorio negativo dei tassi. Certo, il sondaggio è stato condotto prima della riunione del board della Bce di giovedì scorso, ma era consensus generale che l'Eurotower avrebbe agito. Oltretutto, con la Bank of Japan che sta comprando anche l'aria: cosa significa? Che chi investe sa che questo castello di carta stampata non può durare in eterno e teme che, invece, i banchieri centrali possano rilassare la loro azione troppo presto. Tossicodipendenza allo stato puro. Al secondo posto, la recessione negli Usa, calata notevolmente forse perché nel tempo intercorso tra un sondaggio e l'altro lo Standard&Poors' ha guadagnato 200 punti e il prezzo del petrolio è rimbalzato del 50%. Tenete a mente queste due dinamiche, perché sono strettamente correlate. Come vedete, infatti, il rischio di default sul debito del comparto energetico è sceso al 4 posto con solo il 14% dei consensi, ma non fatevi ingannare: sono certo che ad aprile salirà. E parecchio. In compenso, è sparito il tail risk legato alla possibile recessione in Cina: attenti, vuol dire che è ora di preoccuparsi quando i mercati nascondono lo sporco sotto il tappeto.