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BANCHE/ Credito cooperativo: il Parlamento ripristina la logica dell'autoriforma

Il decreto di riforma delle 370 Bcc italiane arriva al voto di conversione: il Parlamento smussa le correzioni del Governo al progetto di autoriforma. Di ANTONIO QUAGLIO 

Il leader del Credito Cooperativo, Alessandro Azzi Il leader del Credito Cooperativo, Alessandro Azzi

La riforma del Credito cooperativo è un cantiere aperto da 14 mesi, fra ritardi e rinvii, sorprese e polemiche. Ma ora, salvo ultimi colpi di scena, il cantiere verrà chiuso e l'edificio consegnato. Il decreto-banche - imperniato sul riassetto normativo e organizzativo delle 370 Bcc italiane - approda nelle prossime ore nelle aule parlamentari per la conversione finale. Il testo che giunge al voto è diverso da quello uscito a tarda notte sei settimane fa, dopo un Consiglio dei ministri insolitamente concitato: principalmente per via di una norma inserita all'ultimo dalla Presidenza del Consiglio su pressione di alcune Bcc toscane resistenti alla prospettiva del Gruppo unico.  

Il silenzio della Federcasse, presieduta da Alessandro Azzi - al di là di una cautela divenuta ormai regola sul dossier - lascia intendere un esito finale accettabile. La più importante riforma economica varata dal governo Renzi dopo il Jobs Act sta dunque vedendo la luce in modo sufficientemente condiviso fra il sistema, il Governo, il Parlamento, le autorità monetarie. Il Credito cooperativo "di terza fase" - come l'ha sempre definito Azzi - sembra quindi poter cominciare il suo cammino entro binari certi nella forma, ma soprattutto coerenti nella sostanza.

Nel merito, il più importante nodo da sciogliere in sede di conversione del decreto riguardava la cosiddetta "clausola di trasformazione" (way out): la possibilità di una Bcc di trasfomarsi in Spa (sottraendosi alla riforma della governance e all'inclusione nel gruppo unico) mantenendo le riserve patrimoniali accumulate nel tempo. In gioco venivano messi valori accantonati da generazioni di cooperatori in agevolazione fiscale a beneficio della banca e della sua continuità nelle future generazioni: non perché in un certo momento qualcuno se ne appropriasse arbitrariamente spostando la finalità dal no-profit al lucro.

L'ipotesi del governo prevedeva la facoltà di affrancare le riserve con il pagamento di un'imposta forfetaria del 20%: ma soltanto per le Bcc con patrimonio superiore ai 200 milioni (14, di cui la larga maggioranza già disinteressate). Il suggerimento era giunto al sottosegretario alla Presidenza Luca Lotti dall'ex senatore Pd Nicola Rossi, in veste di consulente della Bcc di Cambiano, in provincia di Firenze. Federcasse ha contestato frontalmente: le riserve "indivisibili", oltre a non poter essere "scippate", non appartengono neppure allo Stato, ma potrebbero essere al massimo devolute ai fondi per lo sviluppi della cooperazione.


COMMENTI
21/03/2016 - commento (francesco taddei)

il conformismo clientelare, corporativo ed elitario trionfa!