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UNICREDIT/ Il "piano segreto" di Palenzona (scomodo per Bolloré)

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Fabrizio Palenzona (Infophoto)  Fabrizio Palenzona (Infophoto)

Del resto, una pura “public company”, priva di collante tra soci, non vive bene le fasi di crisi come quella attuale, tanto più se è una banca. I soci istituzionali di pura natura finanziaria non bastano a garantire alcun criterio strategico se non l’ovvio input della redditività. Il primo azionista, il fondo di Abu Dhabi Aabar Luxembourg (col 5,049%), rappresentato in Unicredit da Luca di Montezemolo, è tanto pesante sul piano finanziario quanto leggero culturalmente, non ha una visione sull’investimento che vada oltre un’ovvia e generica tutela del ritorno per gli azionisti. BlackRock, il colosso mondiale degli investimenti azionari (5,026%) vede in Unicredit un granellino della sua tentacolare presenza in tutti gli asset mobiliari di un certo peso d’Europa. La Fondazione di Verona (3,4%), un tempo alter-ego di Palenzona nel gestire gli equilibri in Unicredit, appare oggi in freddo col vicepresidente. Gli resta vicina quella di Torino (2,5%). Mentre gli altri soci con meno del 2% - per quanto se ne sappia - cioè Allianz, Mediobanca, Generali, eccetera sono di fatto ininfluenti o presi da altre priorità.

La scommessa di Palenzona non può che giocarsi quindi sul fronte di un ricompattamento delle Fondazioni e di una più consapevole adesione degli arabi a un progetto di rinnovamento nella stabilità. Ma ricucire con i veneti appare arduo anche per un abile negoziatore.



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