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SPY FINANZA/ I "giochi sporchi" nella guerra al terrore

Pubblicazione:giovedì 24 marzo 2016

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Eh già, cari amici, perché il basso profilo russo in fatto di esternazioni su quanto accaduto a Bruxelles l'altro giorno dovrebbe fare riflettere. E aiutarci a comprendere i motivi del ritiro dell'esercito di Mosca dalla Siria due settimane fa, da un giorno con l'altro, non appena resisi conto che la situazione era stabilizzata e le forze di Assad in grado di gestire la situazione insieme a iraniani ed Hezbollah (il quale, a differenza dell'Arabia Saudita e dei Paesi del Golfo, ha immediatamente condannato gli attacchi di Bruxelles). Per la prima volta da quando si parla di terrorismo islamico, escono apertamente, anche in talk-show di prima serata come quelli che ho dovuto sorbirmi martedì sera invece di leggere un buon libro, i nomi di Arabia, Qatar e Tuchia come Stati finanziatori e fiancheggiatori. Gli alleati di ieri oggi scaricano i compagni impresentabili, è tutta una rincorsa a far alzare il tappeto del vicino per evitare che venga allo scoperto il proprio sporco. Gioco, partita, incontro. 

Stavolta zio Vladimir lo ha scoperchiato davvero il vaso di Pandora e qualcuno comincia a essere nervoso. Parecchio nervoso. Perché se da un lato è chiaro anche ai bambini che prima dei raid russi l'Isis aveva fatto ciò che voleva in Siria e in Iraq, dall'altro quando i suoi presunti affiliati operano in Europa lasciano più tracce e incongruenze di un ladruncolo al primo furto. E quando anche i grandi media cominciano a sottolineare certe stranezze operative (tipo riaprire alle 17 di lunedì due delle sei linee della metro di Bruxelles, quando formalmente era attiva una caccia all'uomo) vuol dire che è ora di cambiare strategia e, soprattutto, cavallo su cui puntare. Chi scommettete che da qui a novembre, data delle elezioni presidenziali Usa, l'Isis e il suo Califfo saranno un problema archiviato, spazzati via come polvere da un mobile? 

La Siria, ormai, è intoccabile perché territorio russo, visto che Mosca si è conquistata la sua finestra sul Mediterraneo. Oltre alla base navale di Tartus, sua sin dagli anni Settanta, ora ha infatti la base aerea di Latakia e tutto attorno soltanto alleati: i siriani, i ciprioti, i libanesi, i greci e Israele che certamente non è stupido come l'Ue da inimicarsi Putin senza una buona ragione. L'unico nemico è la Turchia, i cui legami con l'Isis però sono ormai tali e tanti da far arrossire gli amici storici come gli Usa, senza contare le violazioni dei diritti umani e l'oltraggio alla libertà di stampa: solo l'Ue tratta ancora con Ankara, quando basterebbe dare alla Grecia i 6 miliardi promessi a Erdogan (insieme a una bella moratoria sul debito) per risolvere il problema alla radice, chiedendo aiuto ai russi per gestire i profughi in Siria al fine di farli rientrare non appena chiuse le ostilità. Mai noi europei alla Russia facciamo la guerra, mettiamo le sanzioni economiche: noi sì che siamo furbi. Quanto i servizi belgi, più o meno. 

Ma attenti, perché chi sta giocando davvero sporco in tutta questa faccenda, intervento in Libia compreso, sono i francesi, i quali infatti vogliono a tutti i costi l'estradizione di Salah Abdeslam prima che questo dica qualcosa di compromettente alla magistratura di Bruges. Ad esempio, come ha potuto lasciare in tutta tranquillità Parigi la notte tra il 13 e il 14 novembre dopo la mattanza al Bataclan e al Cafè Voltaire. Attenti ai francesi, sono uno Stato pressoché fallito ma la grandeur può portare a compiere velenosi colpi di coda. Certo, per evitarli ci vorrebbe un premier come Bettino Craxi e non come Matteo Renzi, ma ogni Paese ha ciò che merita. E che si è cercato. E ci vorrebbe anche un Papa, ma lì, purtroppo, siamo alle soglie dell'intelligenza con il nemico, scusate la franchezza, ma gli atti e le parole contano, soprattutto se si è sul soglio di Pietro. Il fatto, poi, che ieri gli Usa abbiamo detto ai loro cittadini di non andare in Europa perché sono possibili nuovi attacchi, ci dice che quest'ultima ipotesi è una certezza. Siamo in guerra? No, siamo in mezzo a una guerra. 



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