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SPY FINANZA/ I "giochi sporchi" nella guerra al terrore

Pubblicazione:giovedì 24 marzo 2016

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Lo ammetto, sono masochista. Martedì sera ho fatto zapping tra tutti i talk-show in onda, passando da Di martedì a Ballarò a Quinta colonna fino a Porta a porta (lo speciale del Tg5 era così patetico da non meritare nemmeno un tentativo che andasse oltre i 3 minuti di visione). Sono arrivato all'una di notte stremato, ma conscio di una realtà inconfutabile: quel tipo di trasmissioni servono soltanto a lucidare e mettere in bella mostra l'ego ipertrofico di giornalisti, analisti e docenti universitari, i quali danno vita a singolar tenzoni a colpi di chi conosce meglio le abitudini alimentari del capo jihdista del Caucaso del Nord, ma che, alla fine, come stanno le cose non lo vogliono dire. Perché, altrimenti, i loro posti di lavoro con stipendi faraonici e smaglianti etichette, saltano.

Come mai, ad esempio, nessuno ha detto che nei due giorni precedenti alla mattanza di Bruxelles, c'era stato uno sciopero della sicurezza aeroportuale? Strana coincidenza, controlli più blandi e organizzazione scompaginata. Casualmente, nel giorno della strage di Londra era prevista un'esercitazione per un attacco nella metropolitana e durante la giornata che si è conclusa con la strage del Bataclan era prevista una simulazione di attacco terroristico con armi da fuoco. Certo, è possibile che i terroristi si informino prima, leggano attentamente i giornali, ma se sono davvero jihadisti duri e puri pronti al martirio, cosa gliene importa di avere la copertura di un'esercitazione? Diverso se non sono quei pazzi dell'Isis ma qualcun altro. 

Due settimane fa, poi, il cantante degli Eagles of Death Metal, il gruppo che suonava al Bataclan la sera dell'attentato, Jesse Hughes, ha dichiarato alla tv americana Fox Business Network che il 13 novembre non era presente security nel backstage (adombrando nemmeno troppo velatamente il dubbio che sapessero qualcosa in anticipo) e lo ha fatto quasi in contemporanea con l'arresto e l'incriminazione in Francia di Hicham Hamza, un giornalista freelance che ha scoperto alcune anomalie negli attentati a Charlie Hebdo e al Bataclàn. Il suo reato? Ufficialmente "violazione del segreto istruttorio e diffusioni di immagini gravemente lesive della dignità umana", il tutto perché aveva ritwittato, il 15 dicembre, una foto ripresa all'interno del Bataclan pochi minuti dopo la strage e che mostrava decine di corpi flagellati. Ritwittato: indovinate chi aveva lanciato il tweet ufficiale e per primo, salvo poi eliminarlo? 

E poi che dire dell'intelligence belga, la quale dopo essersi comportata per quattro mesi come l'ispettore Clouseau, di colpo scopre i covi dei kamikaze di Bruxelles e, casualmente, agenti chimici e una bandiera dell'Isis. Vi ricordo sommessamente che anche alla scuola Diaz sono state trovate bottiglie molotov e coltelli, peccato che li avesse messi la polizia, come sentenza penale ha confermato. Ma al di là dei molti punti oscuri di questa vicenda, così come di quella parigina (non a caso sui fatti del 13 novembre è stato posto il segreto di Stato), ciò che non ho sentito nei vari talk-show è chi ha permesso all'Isis di diventare tale, ovvero di tramutarsi da mutazione genetica del salafismo a soggetto destabilizzante internazionale, capace quando perde colpi in Medio Oriente di alzare la testa e mordere in Europa. O, almeno, capace di farci credere di esserne capace. 

Vi racconto io una storia. Vera, potete controllare. Non so, infatti, se sapete che lo scorso settembre di fronte al Congresso si tenne l'audizione del generale Lloyd Austin, capo del Central Command dell'esercito Usa (CENTCOM) e del sottosegretario alla Difesa, Christine Wormuth, riguardo al famigerato programma Train and equip per i ribelli siriani e al suo stato di avanzamento. Quando gli venne chiesto quanti dei partecipanti al programma di addestramento erano ancora operativi sul terreno, Austin rispose così: «Quattro o cinque». Vi basti pensare che nei piani del Pentagono avrebbero dovuti essere 5400 entro fine dello scorso anno. Immediata giunse la reazione di due senatori repubblicani, Kelly Ayotte del New Hempshire e Jeff Sessions dell'Alabama: «Non prendiamoci in giro, questo si chiama fallimento totale». Ovviamente, l'intera vicenda passò pressoché sotto silenzio sui grandi media.


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