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Economia e Finanza

BANCHE E POLITICA/ I 4 guai pronti per l'Italia

Nonostante l'annunciata fusione tra Bpm e Banco Popolare, non si può dire che il sistema bancario sia immune da rischi. SERGIO LUCIANO ci spiega perché

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Una rondine non fa primavera, e a guardarla da vicino più che una rondine sembra una gallina: spiace fare i guastafeste, ma la decantata fusione tra il Banco Popolare e la Banca Popolare di Milano non somiglia neanche da lontano a quella che viene presentata come una vera buona notizia per il mercato creditizio in specie e finanziario in genere del nostro Paese. E questo con buona pace dell'ottima qualità professionale e umana dei due veri artefici dell'ormai avviata fusione, cioè i due capi azienda Pier Francesco Saviotti di Verona e Giuseppe Castagna di Milano.

La propaganda governativa è stata inopportuna e un po' ridicola, al riguardo: "Le riforme funzionano, le popolari cambiano: più grandi, più forti, più trasparenti", è stato il tweet del ministro Padoan, che anche per età farebbe meglio ad affidarsi a quegli oggetti obsoleti ma semplici ed efficaci che un'era fa si chiamavano "comunicati stampa", tanto più che è lecito dubitare della numerosità dei "followers" del ministro.

La verità, come sempre, è nelle cifre, quelle scomode. Il piano d'impresa della fusione - quello sì, trasparente - stima "sinergie" derivanti appunto da quest'operazione nell'ordine dei 365 milioni di euro a regime nel 2018, di cui, attenzione!, 290 milioni sui costi e solo 75 milioni sui ricavi. "Sinergie sui costi" significa in buona parte tagli alle filiali che si sovrappongono e al relativo personale. E i ricavi… inutile commentare. La grandezza, insomma, non è "mezza bellezza". Solo il "buco" lasciato da Sorgenia nei conti del Banco Popolare è di 300 milioni di euro, cioè a tanto ammonta il valore della conversione di crediti (persi) in capitale della "nuova Sorgenia" che l'istituto veronese ha dovuto accollarsi per evitare un "write-off", cioè la perdita senza chance di recupero di tutti quel soldi. Una cavolata madornale nell'erogazione del credito, fatta a vantaggio di una "specie protetta" qual era (e ancora è) quella dei De Benedetti, da gestori incauti, che pesa da sola quanto tutte le sinergie della neoannunciata fusione. 

Per non parlare del caso di Porta Vittoria a Milano, il (bruttissimo) quartiere residenziale costruito sul terreno dell'ex scalo ferroviario dal discussissimo immobiliarista Danilo Coppola, che ha aperto un buco nei conti del Banco di 210 milioni di euro: non senza imbarazzanti strascichi giudiziari, con Coppola che ha già citato per danni la banca, assistito per altro da un assoluto luminare del diritto come Natalino Irti. Questo per dire che le dimensioni, scisse dalla buona gestione, si limitano a generare non vantaggi, ma buchi più grandi. Detto questo, auguri alla fusione: speriamo che davvero unisca le competenze e non le deficienze. Ma da sola, la dimensione non basta.

Quel che però va ricordato, come sano vaccino anti-propaganda, sono alcuni problemi gravissimi che restano e pesano sul futuro del settore creditizio italiano, soprattutto a causa della regolamentazione internazionale, ma anche delle insipienze governative.


COMMENTI
26/03/2016 - È Renzi il nocchiere aiuto! (Carlo Cerofolini)

Ma non è che questo quadro desolante evidenzi che con Renzi come nocchiere l’Italia sia una nave che in gran tempesta andrà inevitabilmente a fracassarsi rovinosamente sugli scogli? Aiuto!