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FINANZA E POLITICA/ Così l'economia può "combattere" il terrorismo

Pubblicazione:lunedì 28 marzo 2016

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La situazione è, da allora, nettamente cambiata. Per il Daesh, le modalità di finanziamento sono mutate rispetto ai tempi di Al-Qaeda. In primo luogo, il Califfato dispone di riserve petrolifere e di greggio destinato al mercato nero in Occidente e in Estremo Oriente. Quindi è abbastanza autosufficiente per le proprie esigenze “statuali” (chiamiamole così) e di forze armate (dall’addestramento alla guerra). Inoltre, le “cellule” sparse in Europa operano con “terrorismo low cost”. Si stima che la strumentazione terroristica per gli attentanti a Parigi abbia avuto un costo di 20.000 euro e quella per gli attentati a Bruxelles di 15.000 euro; li si finanzia con la questua nelle moschee (un crowfunding terroristico), con lo spaccio di droga e con il “pizzo” in certi quartieri.

“L’economia del terrorismo” (nel senso di sviluppo della teoria economica del terrorismo e applicazioni d’analisi economica alla prevenzione dal terrorismo) ha avuto, per decenni, il suo centro all’Università di Chicago. Grazie a lavori effettuati a pochi chilometri dal Magnificent Mile (la lunga passeggiata sul lago Michigan nella città dell’Illinois) è stato, ad esempio, possibile, negli anni Settanta, simulare, con l’ausilio della “teoria dei giochi” (specialmente dei “giochi a più livelli” ormai nella prassi delle scuole militari) le strategie e le tattiche di dirottamento aereo e ridurne, nell’arco di meno di un lustro, il numero dei dirottamenti da trenta a circa due l’anno. Gli “economisti del terrorismo” di Chicago hanno sviscerato “l’effetto di sostituzione” nelle strategie e nelle tattiche: a fronte dell’argine ai dirottamenti aerei, i terroristi si sono rivolti ad altri comparti, che, però, comportano costi maggiori e per essere attuati, richiedono risorse più ampie e risultati attesi molto più consistenti di quelli dei dirottamenti aerei.

In tempi più recenti, l’Università della California del Sud è diventata il fulcro americano più importante in materia: la figura di spicco è Todd Sandler. I lavori degli ultimi anni coniugano la “teoria dei giochi” con “la teoria economica dell’informazione e della comunicazione” e con paradigmi tratti dall’analisi dei mercati finanziari, quali la teoria delle opzioni e dei derivati. Da un lato, grazie a elaborati modelli esplicativi, questi studi documentano come il “terrorista razionale” cerchi risultati con vasto contenuto mediatico. Da un altro, le ricerche sugli “obiettivi anti-terroristi mirati” mostrano come un “anti-terrorismo a vasto raggio o a pioggia” avrebbe costi elevatissimi a fronte di risultati modesti; sono preferibili - affermano Todd Sandler e colleghi - strategie di prevenzione incentrate sulla decodificazione di segnali indiretti.

In Italia, l’economia dell’informazione della comunicazione ha gradualmente trovato posto, negli ultimi vent’anni, tra le discipline insegnate nelle Facoltà di Economia delle maggiori università. Inoltre, nel 2000-2006 si sono tenuti presso la Scuola superiore della Pubblica amministrazione (Sspa, ora Sna, Scuola nazionale d’amministrazione) corsi e percorsi formativi di Economia dell’informazione e comunicazione che, con contenuti appropriati potrebbero essere organizzati per il ministero dell’Interno, anche in quanto seminari in materia vengono periodicamente tenuti al Nato Defense College a Roma e allo Staff College delle Nazioni Unite a Torino.

In Europa, il centro più importante di ricerche su questi temi è l’Università di Zurigo, dove gli studi economici sul terrorismo sono guidati da quel Bruno Frey che è anche uno dei maggiori teorici dell’economia della felicità e in passato ha contribuito in misura significativa alla teoria economica delle cultura e dei mercati delle arti sceniche. Altre sedi di rilievo sono quelle guidate da Mats Lundhal dell’Università di Stoccolma e da Kurt Konrad della Libera Università di Berlino.


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