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GEO-POLITICA/ Così Siria e Trump spaventano gli Usa

Da tempo gli Usa avevano informazioni importanti sull’Isis in Siria, ma hanno scelto di non intervenire. Per MAURO BOTTARELLI Washington segue una strategia tutta sua

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Non c’è niente da fare, non cambiano mai. Avete notate che combinazione? Venerdì le truppe siriane, assistite dai raid russi, sono entrate a Palmira, la città martire dell’Isis, dando vita al prodromo della sua liberazione, poi avvenuta, come metafora della resurrezione, nel giorno di Pasqua. E cos’hanno fatto gli americani? Hanno annunciato di aver ucciso in un raid il numero 2 di Daesh, una notizia bomba destinata a oscurare quello che è un successo del regime di Assad e dell’interventismo del Cremlino. Certo, la notizia in sé sarebbe anche importante, visto che su Abdel al Rahman Mustafa al-Qaduli (noto come Haji Imam o anche come Abu Alaa Afri), il dipartimento di Stato americano aveva messo una taglia di 7 milioni di dollari per chiunque avesse fornito informazioni che avessero portato alla sua cattura.

Il capo del Pentagono, Ash Carter, ovviamente, non ha rivelato se l’operazione sia stata sferrata in Iraq o Siria, così come non ha confermato specifici legami con i fatti di Bruxelles, ma ha tuttavia sottolineato che «non ci sono dubbi sul fatto che i personaggi nel mirino delle operazioni Usa facciano parte di quell’apparato in Siria e Iraq che lavora per reclutare e addestrare per l’Isis». La sua morte, ha aggiunto Carter, «è un colpo per le finanze del Califfato, per la loro capacità di pagare e ingaggiare reclute». Già, perché Abdel al Rahman Mustafa al-Qaduli era anche definito il ministro delle Finanze dell’isis: peccato che in tale posizione avesse proposto al Califfato di eliminare l’uso dei dollari per privilegiare oro e argento.

Comunque sia, ovviamente, tutto merito loro, gli Usa hanno fatto trionfare il bene sul male un’altra volta, già mi vedo un bel tributo hollywoodiano all’impresa. Peccato che questa faccenda vada avanti da un po’, esattamente dal 2014. Perché Abu Alaa Afri o come diavolo vogliamo chiamarlo è alla sua terza morte per mano di un raid Usa in due anni! Gli screenshot a fondo pagina con date in evidenza lo dimostrano chiaramente. Ad esempio, è morto lo scorso aprile in un attacco aereo contro una moschea in Iraq, quando il Wall Street Journal scrisse che «Al-Qaduli faceva parte di una delle numerose persone uccise nel raid che ha colpito una moschea dove si stava tenedo un meeting di leader dell’Isis». Ma è stato ucciso anche nel settembre 2014. E poi l’anno scorso. E il buon Abu Alaa Afri era davvero un pezzo grosso. Nato a Mosul, lui era l’Isis prima che l’Isis esistesse. Braccio destro di Abu Musab al-Zarqawi - il padrino dello Stato islamico - fu incarcerato dagli americani in Iraq nel 2012 ma una volta uscito di prigione si è arruolato nell’Isis, divenendo in una prima fase il referente di Bin Laden in seno al gruppo. Insomma, se fosse davvero morto, l’Isis avrebbe perso due capi nell’arco di tre settimane, dopo la morte anche di al-Shishani, alias “Omar il Ceceno”, il georgiano addestrato dalla Cia poco prima del fallito golpe in Ossezia e poi diventato ministro della Difesa dell’Isis.

Non sarà che attraverso queste operazioni speciali dell’aeronautica Usa, la stessa Cia stia recapitando delle cosiddette burn notice, ovvero avvisi di bruciatura della copertura, ad altrettanti personaggi che con l’avanzare delle forze regolari verso Deir ez-Zor e Raqqa, se catturati, saprebbero troppo e quindi è meglio che non possano parlare? Viene proprio il dubbio, perché gli Stati Uniti non si sono uniti alle espressioni internazionali di giubilo per la riconquista e liberazione di Palmira da parte dell’esercito siriano.