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FINANZA E POTERE/ Il "filo rosso" tra Repubblica-La Stampa e Generali (via Mediobanca)

Alberto Nagel (Infophoto) Alberto Nagel (Infophoto)

Il senso per il Paese. È un senso, sia detto “gufianamente”, di ulteriore declino. Un altro lungo passo fuori confine che l’ex famiglia Agnelli compie. Tutto ciò che le interessa davvero, nell’editoria come nell’auto, è all’estero; tutto ciò che è in Italia le interessa sempre meno. Poi se l’esito sarà quello di consolidare due aziende importanti arginando i danni della crisi di settore, ben venga. Ma per l’azienda Italia è un altro punto in meno.

E intanto a Trieste... E qui, imprevedibilmente, la partita dei quotidiani s’intreccia con quella delle Generali, di Mediobanca e di ciò che resta dell’italianità nei grandi gruppi imprenditoriali del nostro Paese. Facciamo un flash-back e torniamo a tredici anni fa, quando Vincenzo Maranghi - amministratore delegato di Mediobanca - si dimette e lascia il potere nelle mani di Alberto Nagel, allora 38 enne, tuttora capo della banca. All’epoca, l’istituto era ancora ubiquitario nella grande impresa italiana. La scelta di Nagel e dell’altro “erede” di Maranghi Renato Pagliaro è giustamente quella di sfoltire le tante partecipazioni minori non strategiche, dalla Burgo alla stessa Fiat, per concentrarsi - come investimenti strategici di portafoglio - su solo cinque aziende: Assicurazioni Generali, Telecom, Sai (gruppo Premafin-Ligresti), Italmobiliare, Rcs.

Telecom si sa com’è finita. Dopo essere stata affidata da Nagel a un accrocchio azionario guidato dagli spagnoli di Telefonica, e dopo essere stata da costoro ingessata per sei anni, è rotolata nelle mani del gruppo Vivendi di Vincent Bollorè che è appena salito al 23,8% e s’appresta a insediarvi persone di sua fiducia alla prossima assemblea. Ovvero è diventata francese.

Rcs non si sa come finirà, ma si sa che l’operazione Recoletas, pilotata (anche) da Mediobanca si è tradotta in un bagno di sangue da quasi un miliardo di perdite e che la situazione finanziaria impone una ricapitalizzazione cui nessun attuale socio sembra pronto. Come dire: un’azienda che rischia la continuità, in crisi nera, senza padroni.

La Sai si sa com’è finita: stava per fallire, sventrata da una malagestio - quella dei Ligresti - che la Mediobanca di Cuccia aveva instaurato e che la Mediobanca di Nagel ha smontato sì, ma non senza aver lasciato che per anni guasti gravissimi venissero fatti, per poi passare ciò che restava dell’asset a un’Unipol bravissima, sotto la guida di Carlo Cimbri, a risanare, ma certo determinata a fagocitare tutto quel che un tempo si chiamava Sai (a proposito: intanto nella Sai sempre Mediobanca aveva fatto confluire Fondiaria, tra strascichi polemiche e cause giudiziarie dei piccoli azionisti simili a quelle innescate dalla stessa fusione Unipol-Fonsai).

L’Italmobiliare si sa com’è finita: gestita ottimamente da una famiglia di imprenditori bravi come i Pesenti, per loro fortuna immuni da ogni sorta di dipendenza finanziaria o strategica verso Mediobanca, ha però deciso di vendere il suo unico asset, l’Italcementi, ai tedeschi. La Germancementi andrà benissimo, sotto la bandiera di Berlino. Niente di buono per l’Italia, però.

Fin qui si deve prendere atto che le aziende rimaste sotto la tutela di Mediobanca o sono diventate straniere o sono nei guai.