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Economia e Finanza

FINANZA E POTERE/ Il "filo rosso" tra Repubblica-La Stampa e Generali (via Mediobanca)

La notizia delle nozze tra Gruppo Espresso e Itedi, spiega SERGIO LUCIANO, è una di quelle che ne contengono delle altre, arrivando fino a Mediobanca e Generali

Alberto Nagel (Infophoto)Alberto Nagel (Infophoto)

Le “nozze” tra il gruppo De Benedetti e il gruppo Agnelli nell’industria editoriale dei quotidiani annunciate ieri sono una notizia-matrioska, di quelle cioè che ne contengono tante altre e che a cascata aprono più questioni di quante ne chiudano. Si parte dagli esuberi che potranno esserci nei giornali destinati a sposarsi per arrivare agli assetti di comando, e anzi addirittura alla proprietà delle Assicurazioni Generali. Che nesso c’è? Un nesso c’è sicuramente: e si chiama Mediobanca. Con la sua “ex” Galassia del Nord, e le onde gravitazionali di dissesto causate, o almeno non evitate, dalle strategie dell’ex banca d’affari più potente d’Italia. Ma andiamo per ordine e cerchiamo di capirci.

L’alleanza editoriale e il nuovo potere. Quella che si profila con la fusione tra la Itedi degli Agnelli (editrice de La Stampa e de Il Secolo XIX) e il Gruppo Espresso (editore de La Repubblica) è un’alleanza molto intelligente dal punto di vista strategico e tattico. Il Sussidiario, che l’aveva anticipata il 27 gennaio scorso, ha già scritto che con questa operazione i due gruppi editoriali meglio gestiti d’Italia mettono insieme una serie di costi “scalabili” (stampa, raccolta pubblicitaria, distribuzione) e pongono le premesse per passare da due bilanci in pareggio a un “bilancione” in utile. La “prova generale” era stata fatta con la fusione tra La Stampa e Il Secolo: andata bene, e per ora senza devastare l’identità dei due giornali, niente di simile - per capirci - alla macedonia fatta a suo tempo dalla Poligrafici mettendo insieme le parti nazionali di tre testate storiche come Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione. La sorpresa è che, a operazione completata, il comando di fatto sarà del gruppo Cir, con la Exor della famiglia Agnelli ridotta a comprimaria, col 5% del capitale. Come mai? Semplice: a Elkann interessa l’estero, e avendo comprato l’Economist è contento. Quanto all’Ingegnere - o meglio, ai figli, che tra cent’anni erediteranno - si vedrà: c’è chi giura che conserveranno gelosamente il loro pacchetto di controllo, avendo capito quanto potere conferiscano i media, e chi invece che lo conferiranno in una fondazione, proprio per allontanarsi da un potere che - diversamente dal padre - non gli interessa. Si vedrà.

Le implicazioni umane e storiche. Va detto: fino a un mese fa sarebbe stato assurdo pensare a un’intesa strategica tra John Elkann, nipote prediletto dell’Avvocato Gianni Agnelli, e Carlo De Benedetti, ovvero colui che quarant’anni fa aveva cercato di scalare la Fiat sotto il naso dello stesso Avvocato (come ha raccontato particolareggiatamente e in pubblico Cesare Romiti, e - nonostante le smentite dell’interessato - come ha sempre confermato sia pure in privato Agnelli). Ma il tempo passa e le persone cambiano, gli orologi non si allacciano più sopra il polsino della camicia, ma il cinismo resta prerogativa di famiglia e semmai cresce e poi gli affari sono affari.

Le incognite di sistema. Oggi La Stampa dichiara 160 mila copie vendute ads (accertamento diffusione stampa) e ha 160 giornalisti, Repubblica ne dichiara 300 mila e ha 400 giornalisti. L’asimmetria è evidente. Dalla fusione tra le proprietà dei due giornali scaturiranno esuberi? Sicuramente sì, ma sarebbero emersi comunque, e anche di più. Quindi meglio così. Altro è il destino delle diciannove importanti testate locali del Gruppo Espresso, che tutte insieme superano di gran lunga il venduto di Repubblica, e che difficilmente potranno restare sotto lo stesso tetto per ragioni di Antitrust. A chi andranno? Infine: una polarizzazione di tante testate importanti sotto una stessa proprietà non è una ferita per il pluralismo? Incredibilmente, i due gruppi interessati dicono di no: ma è ovvio che sì. Un segno dei tempi. Quando un mercato va in crisi, e l’editoria è in crisi nera, le imprese si concentrano. Se producono pneumatici o trapani elettrici, chi se ne frega. Se producono opinioni, e ne determinano, è un problema. Speriamo che gli uomini chiamati a gestire il matrimonio sappiano distinguere le sinergie industriali dall’appiattimento del pensiero unico. Ma è lecito dubitarne.