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SPY FINANZA/ I numeri scomodi per la Bce di Draghi

Pubblicazione:giovedì 3 marzo 2016

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Nel dettaglio, la ratio per i più grandi istituti di credito di Pechino scenderà al 17%: solo lo scorso anno, la Pboc ha tagliato il coefficiente quattro volte nel corso del 2015. E stiamo parlando della stessa Cina che l'altro giorno ha visto il suo outlook tagliato da stabile a negativo da Moody's: come mai i mercati non sono crollati, di fronte a prospettive tali? È la solita storia del bad news is good news, perché con la deflazione in pieno ritorno, la Bce non potrà che agire e aggressivamente nel suo meeting di giovedì prossimo, andando ancora più in negativo con i tassi o aumentando la platea di acquisto, magari a bond corporate selezionati o addirittura alle sofferenze, i non-performing loans. Quindi, si festeggia perché il male attuale porterà, si spera, ancora metadone da stamperia. 

Ma c'è anche un altro motivo per cui i mercati non si schiantano e ce lo spiega il grafico a fondo pagina, il quale ci mostra che la cosiddetta smart money, ovvero gli investitori professionisti, ma anche gli istituzionali e i retail dei Bank of America, nelle ultime cinque settimane sono stati venditori netti di titoli, caso strano in perfetta contemporanea con la ripartenza della stagione dei buybacks da parte delle grandi aziende. Il combinato perfetto: le banche scaricano ciò che di potenzialmente rischioso hanno a bilancio, vendendolo da un lato a grandi corporation che continuano a sfruttare i tassi a zero per ricomprare propri titoli per abbassare il flottante e tenere alte le valutazioni e dall'altro al parco buoi che vede gli indici in verde e si fida del suo consulente. La solita storia. La realtà macro però è diversa, molto diversa e ci dice che il prossimo 10 marzo Mario Draghi non si gioca solo la propria reputazione, già messa in discussione dagli scarsi risultati del Qe, ma potenzialmente anche la tenuta stessa dell'eurozona. 

E l'Italia? Anche il nostro Paese è tornato in deflazione a febbraio: l'indice dei prezzi al consumo, infatti, è diminuito dello 0,2% su base mensile e dello 0,3% su base annua (era +0,3% a gennaio). La forte flessione tendenziale dei prezzi al consumo, ha spiegato l'Istat, è dovuta a una dinamica congiunturale caratterizzata da cali dei prezzi diffusi a quasi tutte le tipologie di prodotto: il calo mensile dell'indice generale è stato determinato soprattutto dalla diminuzione dei prezzi dei beni energetici non regolamentati (-2,2%). L'inflazione acquisita per il 2016 è pari a -0,6%. Rispetto, invece, a febbraio 2015, i prezzi dei beni sono diminuiti dello 0,8% (la variazione era -0,1% a gennaio) e il tasso di crescita dei prezzi dei servizi ha rallentato (+0,5%, da +0,7% del mese precedente). Di conseguenza, rispetto a gennaio di quest'anno, il differenziale inflazionistico tra servizi e beni si è ampliato di cinque decimi di punto percentuale. I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona sono calati dello 0,1% rispetto a gennaio e dello 0,4% su base annua (a gennaio era +0,3%). Infine, i prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto sono diminuiti dello 0,3% in termini congiunturali e dello 0,8% su base annua (era +0,1% a gennaio). 


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