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Economia e Finanza

GEO-POLITICA/ Belgio, quello strano "precedente" degli anni 80

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Mettendo un attimo da parte la tesi dell'inadeguatezza dolosa, uno potrebbe arrivare a pensare che ci sia una parte dell'apparato di intelligence belga che risponda a un disegno criminale o che, quantomeno, non faccia nulla per contrastarlo. Un complotto? Certo, molti ridono e bollano ogni lettura della realtà che non si quella mainstreamcome complottismo, orrenda formula buona per tacitare chiunque non voglia passare per fesso di fronte a evidenze palesi ma al momento scomode (mi ricordo i primi articoli in cui definivo l'Isis una creatura degli Usa, tesi che oggi è di fatto ufficiale, come confermato da quel complottista russo dell'ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani). 

Ci ho pensato su, parecchio, ho letto e riletto tutte le mancanze e le incongruenze e dopo mi è tornato in mente unflashback di molti anni fa, cominciato quando avevo nove anni, ma che ho ristudiato in età adulta in merito alle strategie di destabilizzazione eterodirette. Si tratta di un caso poco conosciuto che ha riguardato proprio il Belgio tra il 1982 e il 1985, il caso della banda della Brabante Vallone, una regione del Paese. Tornò in auge quando in Italia si scatenò la follia omicida della banda della Uno bianca dei fratelli Savi, questo perché la ferocia e l'insensatezza delle loro azioni ricordava molto da vicino quella della gang belga. 

Apparentemente si trattava di criminali comuni che assaltavano luoghi pubblici, prevalentemente supermarket, a scopo di rapina, ma ogni loro azione lasciava a terra morti e feriti, quasi non fossero i soldi a interessare loro, ma scatenare il panico, il terrore più profondo attraverso l'attacco sistematico a soft targets. Furono 28 morti in tre anni. A rendere più inquietante il tutto sono state le conclusioni cui è giunta la Commissione d'inchiesta del Parlamento belga: c'era il forte sospetto che la banda della Brabante Vallone fosse una cellula terroristica legata a un'organizzazione locale di Stay Behind, ovvero l'organizzazione segreta anti-Urss della Nato che in Italia si sostanziò in Gladio. Tanto che il ministro della difesa belga, Guy Coëme, arrivò a pronunciare questa frase: «Vorrei sapere se esiste un legame tra le attività di questa rete segreta e l'ondata di crimini e terrorismo che questo Paese ha subito durante gli anni passati». 

Anche se il primo colpo fu messo a segno il 14 agosto, contro un negozio di alimentari di Maubeuge, l'esordio si sangue del commando risale al 30 settembre 1982 contro un'armeria di Wavre, mentre l'ultimo atto fu l'assalto a un supermercato Delhaize, la catena che annovererà il bilancio più pesante (subirà cinque incursioni su sedici per un totale di diciassette morti e quattordici feriti) il 9 novembre 1985 nella cittadina di Aalst. Elementi comuni a tutti gli atti furono sempre l'esiguità del bottino (quasi una scusa formale dell'atto), la ferocia delle azioni e il coordinamento dei banditi. 

Ed ecco un primo parallelo, seppur ovviamente con le dovute differenze e proporzioni: il Belgio era piombato nel panico, tanto che l'allora ministro della Giustizia, Jean Gol, dichiarò pubblicamente che sarebbero state adottate le misure necessarie a garantire la sicurezza dei cittadini, mobilitando pattuglie delle forze dell'ordine, paracadutisti e jeep equipaggiate con artiglieria leggera per stazionare nei parcheggi dei centri commerciali. Per gli esperti non esisteva dubbio: non si trattava di criminalità comune, ma di professionisti. Uno dei quali era il comun denominatore di ogni assalto: un uomo molto alto, ribattezzato dalla stampa "il gigante", che dava ordini agli altri e che sparava con un fucile Spas 12 di fabbricazione italiana.