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SPY FINANZA/ Ecco gli affari d'oro dietro alla guerra al terrorismo

MAURO BOTTARELLI prosegue la sua analisi riguardo un possibile intervento militare dell'Italia in Libia. Un'opzione che non sembra convenire molto al nostro Paese

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Non lo dico io, due settimane fa è stato un insospettabile a dire chiaramente che l'Isis è l'ennesimo giocattolo di destabilizzazione geopolitica Usa sfuggito al controllo come Frankenstein Junior. Ed è qualcuno difficilmente tacciabile di anti-americanismo, trattandosi di Robert F. Kennedy Jr, nipote proprio del mitico Jfk, giornalista radiofonico, avvocato e animatore di battaglie per i diritti civili e l'ambiente. Ecco le sue parole in un articolo per la rivista Politico: «I pianificatori militari di Washington decisero di rimuovere Bashar al-Assad dal potere utilizzando combattenti jihadisti spacciandoli per ribelli, perché il presidente siriano di rifiutò di dare l'ok alla pipeline per il gas che passava attraverso Arabia Saudita, Giordania, Siria e Turchia. Subito dopo il no di Assad del 2009, la Cia cominciò a finanziaria i gruppi di opposizione in Siria». Che la destabilizzazione cominci, quindi. 

«I pianificatori dell'intelligence Usa sapevano che i proxies nell'area erano jihadisti radicali, i quali avrebbero potuto dar vita loro stessi a un califfato nelle aree sunnite di Siria e Iraq. Non è un caso che le regioni occupate dall'Isis in Siria coincidano perfettamente con il percorso proposto per la pipeline dal Qatar». La quale, se posta in essere, avrebbe garantito lucrosi guadagni alla Turchia, rafforzato il Qatar e garantito una posizione dominante dell'Arabia Saudita rispetto all'Iran, utilizzando proprio il potere politico assicurato dal greggio. Casualmente, Qatar e Arabia Saudita sono alleati speciali degli Usa e, da che mondo è mondo, paiono molto blandi nel condannare il terrorismo estremista sunnita.

E cosa ci dice rispetto a questi Paesi alleati nella lotta all'Isis, come ce li vogliono spacciare ora, l'ultimo report dello Stockholm International Peace Research Institute, pubblicato due settimane fa? Che le importazioni di armi da parte dei due Paesi del Golfo sono aumentate del 275% negli ultimi quattro anni. E sapete chi è il venditore principale di quelle armi? Gli Stati Uniti, i principali esportatori di armamenti al mondo e per i quali, tra il 2011 e il 2015, Qatar e Arabia hanno rappresentato i mercati migliori a livello di vendite: rispettivamente +279% e +275%. Non solo, stando al report, la corsa alle armi e la domanda mediorientale hanno garantito un aumento del 14% a livello globale nel trasferimento di armamenti e del 61% se riferita solo al Medio Oriente. Casualmente, in contemporanea con la nascita sottotraccia e l'espansione dell'Isis: tu guarda, a volte, le combinazioni. E non provate a vendermi la balla della necessità di armarsi per contrastare proprio l'Isis, perché fino all'inizio dei bombardamenti russi e all'avanzata di iraniani ed Hezbollah, all'Isis si paracadutavano armi e viveri. 

Ma c'è di più, perché nel silenzio generale in Yemen sono già morte 6mila persone, di cui 3mila civili, a causa dell'azione militare sempre dell'Arabia Saudita contro i ribelli Houthi spalleggiati dall'Iran. Bene, stando al report del Sipri, «nonostante siano state avanzate preoccupazioni all'interno dei Paesi esportatori di armi rispetto agli attacchi aerei di Ryad in Yemen, l'Arabia Saudita continuerà a ricevere un grande numero di armamenti da quegli stessi Stati nei prossimi cinque anni», tanto che Ryad deve ancora ricevere 150 nuovi aerei da combattimento recentemente ordinati agli Usa e 14 dal Regno Unito.