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FINANZA E POLITICA/ Le "grane" pronte per Draghi

Pubblicazione:lunedì 7 marzo 2016

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

Schuman, Adenauer e De Gasperi diedero alle idee tecnocratiche loro uno spessore politico. Tuttavia, l’unica “politica comune” allora immaginata, su richiesta di Parigi, era quella agricola per il peso che il settore aveva in Francia e per la forma particolare di protezionismo francese del comparto. Nessuno di loro pensava a un’Ue a 28 Stati o a una moneta unica. Solamente De Gaulle parlava di “un’Europa dall’Atlantico agli Urali”, un accordo molto flessibile e in funzione di quello che il Presidente francese pensava fosse un modo di equilibrare quello che considerava lo “strapotere” degli Usa. Il resto, sostiene Karagiannis, è “euromitologia”.

È sotto gli occhi di tutti il probabile, piuttosto che eventuale o possibile, sgretolamento dell’Ue a 28. Sotto il profilo economico, siamo da quindici anni alle prese con un gruppo di Paesi che affonda nelle stagnazione ed è spesso ai bordi della deflazione: il consenso generale è che un’unione monetaria prematura e forse mal concepita sia alla base della divergenza che ha rimpiazzato la convergenza agognata dai “padri fondatori”. Sotto il profilo politico, la risposta alle migrazioni dal Nord Africa e dal Medio Oriente indicano che le differenze di valori si sono accentuate, come dimostrato da vari studi di Luigi Guiso (il più recente è il Chicago Booth n.15/23 scritto con Paola Sapienza e Luigi Zingales). In numerosi Paesi dell’Ue, infine, si rafforzano movimenti e partiti anti-europei che vorrebbero rinegoziare il Trattato di Maastricht e lo stesso Trattato di Roma.

Stanno crescendo le probabilità che uno degli Stati più importanti dell’Ue, la Gran Bretagna, dica, dopo un referendum, addio all’Unione ove nonostante il resto degli Stati abbiano concesso profonde riforme nella sua governance nel senso di una drastica riduzione delle funzioni e dei poteri della Commissione europea, di un rafforzamento di quelli del Parlamento europeo e di un’evoluzione verso accordi intergovernativi anche a geometria variabile.

In questo contesto, occorre ragionare seriamente sui limiti della politica monetaria e se sia saggio avere una politica monetaria comune se diverge non solo sugli obiettivi e sulle strategie ma anche sui valori. Ciò non significa che il “tagliando” al Qe debba concludersi con la definizione di un percorso per sciogliere gradualmente l’eurozona (come avvenuto per quasi tutte le unioni monetarie nate dopo la fine della Seconda guerra mondiale), ma con un invito a mettere in atto politiche e strategie di convergenza economica. Dato che “i valori” sono connaturati a ciascuna società e non possono essere né imposti, né pilotati.



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