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SPY FINANZA/ Grecia spacciata, ecco le nuove prove

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Il fatto è che lo Stato ci mette del suo, perché una legge permette la produzione locale in tini non controllati, attraverso una licenza di 48 ore e la vendita sotto un regime fiscale di favore: peccato che senza l’obbligo di imbottigliamento, nessuno può tracciarne le quantità vendute e in che modo. Stessa storia per il carburante, visto che ogni anno lo Stato perde circa 200 milioni di euro a causa del contrabbando, stando a dati dell’Hellenic Petroleum Marketing Companies Association: si va dal mix tra diesel esentasse al trasporto e gasolio da riscaldamento alla falsa dichiarazione per evadere le tasse, millantando l’export di carburante. Il tutto, a fronte di un tassazione sul reddito altissima, come ci mostra il grafico a fondo pagina, che si potrebbe evitare o alleggerire se lo Stato riuscisse a stroncare i traffici illeciti di beni tassabili: insomma, o si evade direttamente o lo si fa attraverso il contrabbando ma il conto da pagare è pubblico, quindi di tutti.

E ad aggravare la situazione ulteriormente c’è la totale mancanza di volontà da parte degli esercenti greci di aumentare le forme di pagamento elettronico con carte di debito o credito e bancomat per le transazioni quotidiane. Ma anche in questo caso il governo ci mette del suo, visto che si è limitato a dire ai cittadini che devono spendere solo un certo ammontare del proprio reddito attraverso transazioni bancarie o elettroniche per poter ottenere un’esenzione fiscale annuale: chi controlla, però? E, infatti la maggior parte dei negozi in Grecia non ha terminali per carte, i cosiddetti Pos (Point of Sale) e i pagamenti elettronici sono accettati da pochissimi professionisti come dottori, elettricisti, idraulici ma anche avvocati e notai, tutte categorie che tendono a fare la parte del leone come percentuale di evasione fiscale registrata nel Paese.

Un recente studio della Foundation for Economic and Industrial Research dimostra come aumentando l’utilizzo di pagamenti elettronici per spese quotidiane potrebbero aumentare le entrate statali per un cifra compresa tra 700 milioni e 1,6 miliardi di euro all’anno: insomma, non servirebbe la mannaia imposta dalla Troika. Cosa ancora più assurda è che nonostante l’imposizione formale da parte dello Stato dei Pos per i punti vendita attraverso il decreto sui controlli di capitale, in Grecia se ne registrano soltanto 220mila e si stima che metà degli esercizi non ne sia in possesso. Temo che questo potrebbe essere, per una volta sacrosanto, il prossimo fronte di imposizione di Bruxelles verso Atene, anche perché lo stesso ministero delle Finanze ritiene che il numero di terminali che il mercato necessita per arrivare a una copertura geografica soddisfacente per esercizi, piccole imprese e professionisti vari tra i 450mila e i 500mila Pos.

Un Paese simile può reggere un combinato come quello che vi ho descritto prima? Scordatevi il Brexit e ricominciate a preoccuparvi per il Grexit, date retta a me.

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