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SPY FINANZA/ Il "fardello" sulle spalle di Draghi

Pubblicazione:martedì 8 marzo 2016

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

E, come anticipato, il monito arriva pochi giorni prima della riunione del board della Bce che deve varare nuove misure di stimolo per l'economia in funzione anti-deflazione. Tra queste, gli operatori si attendono un nuovo taglio dei tassi di interesse sui depositi che le banche commerciali dell'Eurozona parcheggiano overnight presso la Bce: attualmente il tasso è già negativo (-0,30%) e potrebbe scendere a -0,40%, tanto che gli analisti di Intesa Sanpaolo prevedono un euro in calo fino a 1,07-1,06 sul dollaro. Sarà davvero così? Manca poco, davvero poco ma anche in questo caso è la Bri e non il sottoscritto a mettere in guardia dal seguire la via giapponese: «C'è una grande incertezza sul comportamento di privati e istituzioni se i tassi dovessero ulteriormente scendere in territorio negativo o se dovessero restare negativi a lungo». 

Ma è la parte finale del report di domenica della Bri a doverci fare riflettere, mentre la stampa pare averla bellamente ignorata. Si tratta di un'interessante interpretazione sulla massiccia fuga di capitali patita dalla Cina negli ultimi trimestri. Solo nel periodo luglio-settembre del 2015 c'è stato un outflow netto di 175 miliardi di dollari, di cui soltanto 12 miliardi sono frutto di operazioni della Banca centrale cinese sulle riserve. Cosa è successo? «Ci sono due diverse interpretazioni - spiega la Bri - Una parla di vendite massicce di asset cinesi da parte degli investitori, l'altra invece di rimborso dei debiti in dollari da parte delle imprese cinesi. La nostra analisi propende per la seconda ipotesi. C'è inoltre un dato che entrambe le tesi non considerano:?la flessione dei depositi offshore in renminbi». 

Dinamica davvero interessante e che va a incastrarsi con un'altra variabile emersa sempre questo fine settimana, ovvero il nuovo piano quinquennale elaborato dall'Assemblea nazionale del popolo cinese e presentato dal premier Li Keqiang. Cosa ci dice? Stando alla bozza del tredicesimo piano quinquennale, la Cina crescerà quest'anno tra il 6,5% e il 7% e non dovrà scendere sotto il 6,5% annuo fino al 2020. Per la prima volta da diversi anni, il governo cinese ha fissato l'obiettivo di crescita nell'ambito di un range, a testimonianza della difficile fase congiunturale. Non solo, si tratterebbe infatti del target di crescita più basso degli ultimi 25 anni, visto che lo scorso anno il Pil del Dragone è cresciuto del 6,9% annuo, il livello più basso da un quarto di secolo. Il primo ministro Keqiang ha ribadito che la Cina si trasformerà in un'economia trainata dai consumi interni, più che dal commercio estero, puntando su uno sviluppo sostenibile e più attento all'ambiente. Per sostenere questo cambiamento il governo cinese ha previsto un aumento della spesa pubblica che farà salire quest'anno il rapporto deficit/Pil al 3%, in aumento rispetto al 2,3% registrato nel 2015 e al livello più alto dal 1979. Sempre per l'anno in corso, la Cina punta a contenere l'aumento dell'inflazione entro il 3%, mentre sul fronte lavoro, il governo cinese intende eliminare le imprese statali improduttive a creare più di 10 milioni di posti di lavoro nelle aree urbane. 

Insomma, la seconda economia al mondo non solo sta ponendo le basi per una rivoluzione strutturale, ma manda a dire al mondo che l'effetto traino per la crescita non solo si è pesantemente indebolito, ma che, con il prezzo delle materie prime che non risale, il rischio è che il principale export cinese per quest'anno sarà di deflazione. Esattamente ciò che l'eurozona deve cercare di evitare a ogni costo: il problema però è serio, perché per operare unoffsetting efficace sull'onda deflazionaria cinese, cosa sarà costretto a mettere in campo Draghi? Un -0,10% di taglio sui depositi? Un po' pochino, mi pare. Ci sono altre armi o le munizioni stanno finendo? Io temo la seconda ipotesi. 


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