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RCS/ Cairo, l'"editore puro" che ha violato (per ora) 2 tabù

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Politicamente asettico, ha pubblicato sempre periodici popolari neutri tendenti al conservatorismo, fino a quando, acquistando da Telecom La7 — per la quale aveva raccolto la pubblicità durante vari anni — si è ritrovato editore di contenuti corrosivi se non addirittura antagonisti, da Santoro a Crozza, riuscendo a rimanere "istituzionale" quando raccoglie la pubblicità ma ad essere anche d'opposizione quando consente a questi ed altri anchorman di bastonare di santa ragione governo e potentati.

Soprattutto, in un'Italia dove di editori puri — dopo i ricordati Rizzoli e Mondadori, e poi Rusconi, Scalfari e Panerai — ne sono nati pochissimi, Urbano Cairo ha dimostrato che "si può". Ancora si può guadagnare bene anche in piena crisi dell'editoria. Si possono cancellare d'un colpo, nel primo anno di gestione, i 100 milioni di euro all'anno di perdita cui La7 era abituata (anche a dispetto delle cure di amministratori delegati che oggi dirigono la Rai) in un pareggio di bilancio prima e in un attivo subito dopo, e senza tagliare un posto di lavoro.

L'unica "impurità", per ora, che Cairo ha contratto è l'insana passione per il calcio, unico settore dove infatti non ha guadagnato: ma come disse dopo aver acquistato il Torino, l'ha fatto perché suo padre era un acceso tifoso granata. E anche, ma non lo disse, perché il suo modello Silvio Berlusconi aveva comprato il Milan.

Altro merito innegabile di Cairo, in questa sfida estrema su Rizzoli, è stato quello di aver violato due tabù in uno: il tabù dei debiti, perché con la sua offerta carta contro carta si accolla anche l'onere di gestire i 450 milioni di debiti con le banche che zavorrano oggi il gruppo Rizzoli, cosa che nessuno degli altri soci attuali di Rcs ha osato fare; e il tabù di Mediobanca, scegliendo per allestire l'offerta la consulenza concorrente di Banca Imi del gruppo Intesa Sanpaolo e ignorando Mediobanca.

Sarà stato un caso, e si può giurare che così lo presenterà Cairo: un caso professionale, manageriale, insomma una scelta di pura convenienza. Ma la verità, lampante, è un'altra, cioè che su Cairo, unico imprenditore del settore editoriale presente nell'azionariato Rcs, è stata Intesa a saper puntare, merito del suo vecchio capo e garante Giovanni Bazoli ma anche del suo amministratore delegato Carlo Messina e del presidente di Banca Imi Gaetano Miccichè, e non l'ha fatto Mediobanca, che ben più di Intesa è stata negli ultimi vent'anni motore immobile del bradisismo che ha minacciato e ancora minaccia di fagocitare la Rcs in una palude di debiti e di errori gestionali, dall'acquisto a prezzo folle delle attività in Spagna alla non-gestione di un patrimonio potenzialmente prezioso come quello dei periodici.