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FINANZA E POLITICA/ Ecco l'alternativa al Def di Padoan e Renzi

Pubblicazione:lunedì 11 aprile 2016

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Il nome di Cassandra è diventato sinonimo di quello di “profeta di sciagure”; nel lessico odierno, avrebbe l’appellativo di “Gufo dei gufi”. Secondo l’Eneide di Virgilio, però, la principessa troiana non aveva tutti i torti. Anzi, aveva visto nel giusto esprimendo timori e perplessità nei confronti del cavallo donato dai Greci. Perché ricordare la gentildonna? Sarà probabilmente assimilato a Cassandra il collega e amico Luigi Campiglio dopo l’intervista pubblicata su queste pagine. Eppure, sotto il profilo economico, Campiglio ha perfettamente ragione: nell’economia mondiale, italiana ed europea, c’è stato uno spiraglio di crescita all’inizio nel 2015, Governo e Parlamento non hanno utilizzato la finestra di opportunità loro offerta e ora è troppo tardi per tentare di farlo. L’economia mondiale è in fase di marcato rallentamento. Con le elezioni presidenziali alle porte, e con sussulti di freni all’economia reale tali da indurre le autorità monetarie americane a mantenere una politica espansiva, c’è il rischio che gli stessi Stati Uniti non riescano a tirare la carretta dell’economia mondiale.

In questo contesto, la politica economica e finanziaria dell’Italia viene basata su una crescita del Pil dell’1,2% quest’anno e su aumenti ulteriori in quelli successivi. Poco importa che prima di una crisi che ha marcatamente ferito la capacità produttiva dell’Italia, nel lontano 2007, Bce, Banca mondiale, Fmi e Ocse stimassero a 1,2% per anno la crescita potenziale a medio termine del Paese a ragione della demografia, dell’obsolescenza dell’apparato tecnologico e della fragilità di banche e imprese (determinanti che in questi anni non sono migliorate, ma peggiorate). Poca importa che negli ultimi 14 anni, 11 volte i Governi (quale che fosse il loro colore) hanno peccato di eccessivo ottimismo. Poco importa che i venti maggiori istituti di previsioni econometriche (tutti privati, nessuno italiano) pubblichino stime più caute. Poco importa che i dati trimestrali Istat avvertano che non siamo ancora usciti dalla recessione e rischiamo o la stagnazione secolare o la deflazione (ambedue queste ipotesi sono, nella storia degli ultimi cento anni, associate a profondi cambiamenti politici). Ora siamo legati a una crescita probabilmente immaginaria dell’1,2% per il 2016 in aumento negli anni successivi.

Il Def, infatti, non è una tesina econometrica per studenti di economia, ma il documento che delinea la politica economica dell’Italia. Con una crescita reale dell’1,2% e un incremento dell’inflazione al 2% l’anno (altra stima più immaginifica che improbabile), il Pil nominale aumenterebbe del 3,2% l’anno, con sollievo (piccolissimo) al fardello del debito pubblico. La strategia è semplice - to grow out of debt (crescere per uscire dal debito) -, anzi semplicistica. È, però, debole anche con una crescita reale dell’1,2% (i Paesi che l’hanno praticata con successo hanno avuto, per diversi anni, tassi di crescita reale del 4-6% l’anno). E crolla se, come realisticamente ipotizzabile, la crescita reale (se ci sarà) si aggirerà sullo 0,5% del Pil e l’inflazione resterà su un tasso annuo dell’1%. Tra sei mesi ci troveremmo a chiedere flessibilità: Ci è stato già detto che ne abbiamo avuta sin troppa.

È evidente che al momento al Governo interessa principalmente mostrarsi con il volto sorridente alla campagna per il referendum. Ma la campana potrebbe scoccare prima di allora e - lo abbiamo sempre sostenuto su questa testata - il fardello del debito pubblico è un freno a mano della nostra economia.


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