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SPY FINANZA/ Quella verità scomoda sui mercati

Pubblicazione:lunedì 11 aprile 2016

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Guardate il mercato o presunto tale: sta solo cercando di sgonfiare bolle, ormai trada come sottostante del prezzo del petrolio, il quale è a sua volta driver dei titoli finanziari. Ma non si compra perché si crede nella ripresa, si compra o per speculare sul breve o perché si fa parte del mitologico parco buoi che va tosato per bene quando sta arrivando la bufera. I grandi players, Bank of America in testa, vendono e anzi si definiscono net sellers of risk, venditori netti di rischio. I clienti del gigante Usa stanno infatti scaricandoequities da dieci settimane di fila, questo nonostante il barometro di rischio interno della banca sia a un livello decisamente espansionistico stando agli algoritmi di trading. Ma questi ultimi servono solo per comprare e vendere nel breve, per speculare, non per dare una direzione razionale al mercato, tanto più che quest’ultimo non ce l’ha più da quando la Fed ha cominciato ad annegarlo di denaro a costo zero.

Non appena le posizioni short sul petrolio diventano troppe, esce la voce o il report ad hoc per farle andare insqueeze, ovvero portare alla chiusura forzata delle stesse e questo innesca l’aumento delle valutazioni del greggio, facendo gridare alla risalita ormai in vista. Non vedete che questa dinamica va avanti così in area 38-40 dollari da mesi ormai? Nel frattempo, però, grazie a questo gioco sul petrolio di carta, le aziende insolventi dello shale Usa hanno potuto emettere nuovi titoli o bond per finanziarsi grazie a collocatori e sottoscrittori che sono le stesse banche con cui sono esposte: le quali, come clausola al collocamento, impongono il pagamenti privilegiato del credito che vantano. Si scappa e non si torna più.

E il motivo è presto detto: solo al largo delle coste del porto iracheno di Basra, tre giorni, fa erano presenti 30 tankers da stoccaggio, bloccati da ritardi nei carichi. Cosa significa questo? Che non solo Arabia Saudita e Russia stanno pompando a volumi record e l’Iran post-sanzioni intende recuperare tutta la sua quota di mercato, ma che anche l’Iraq sta spingendo ai massimi: a marzo l’export è stato di 3,26 milioni di barili al giorno, contro i 2,5 milioni del 2010. Saturazione ulteriore in arrivo. Per il comparto bancario in sé, poi, è la stessa cosa. Guardate il caso italiano: la settimana scorsa si sono registrati quattro cali di fila, ma venerdì a Piazza Affari sembrava che i nostri istituti di credito regalassero i soldi da quanto sono profittevoli e patrimonializzati. Eppure sono le stesse banche schiantate per i quattro giorni precedenti: ma è bastata la voce sull’ottimismo di Unicredit rispetto a una soluzione per gli istituti europei in generale e via che si sale, come se un investitore serio non sapesse come stanno le cose, ovvero che tra sofferenze, incagli e detenzioni di titoli di Stato molte nostre banche - quasi tutte - sono bombe a mano senza spoletta quotate sugli indici. Un paio di esse, la spoletta l’hanno persa da tempo e si sente odore di esplosivo.

Nonostante il rialzo di venerdì, poi, a livello europeo il comparto bancario è calato per la quarta settimana di fila, la peggior perdita dal 2012. La stessa fusione Banco Popolare-Bpm comporterebbe per il primo soggetto, stando alle condizioni Bce, comunque un aumento di capitale ulteriore da 1 miliardo di euro: chi li mette, a vostro modo di vedere? Inoltre, nella fretta di ripulire per fondersi o migliorare i bilanci, molti istituti stanno vendendo assets problematici a prezzi molto inferiori di quelli di acquisto e iscrizione, mossa che se da un lato tende a voler anticipare i concorrenti, dall’altra espone al rischio di buchi patrimoniali cui bisognerà mettere mano.


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