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SPY FINANZA/ Quella verità scomoda sui mercati

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Rapida cronologia. 24 settembre 2014: «Crisi, Draghi: L’Eurozona non è in recessione. No rischi di deflazione, il nemico è la disoccupazione». L’Eurozona non è in recessione e non c’è il rischio di deflazione. Lo ha sostenuto il presidente Bce, Mario Draghi, alla radio Europe 1. «Nell’intera Eurozona non vedo rischi di deflazione, ma di inflazione molto bassa per un lungo periodo», ha detto Draghi, ribadendo che l’intera area euro «non è in recessione ma la ripresa è modesta, debole e fragile». 23 marzo 2015 «Crisi, Draghi: Ripresa rafforzata, la crescita guadagna slancio. L’inflazione tornerà a crescere a fine 2015». Il presidente Bce: «La base per la ripresa economica nella zona euro si è chiaramente rafforzata, ciò è dovuto alla caduta del prezzo del petrolio, al recupero della domanda esterna e al deprezzamento dell’euro». «Siamo più fiduciosi di tre-quattro mesi fa» , ha aggiunto, la politica monetaria «si sta trasmettendo all’economia reale e ci sono diversi segnali come la ripresa del flusso del credito alle Pmi». 22 maggio 2015 Mario Draghi. «L’outlook dell’economia dell’area euro è oggi il migliore da sette lunghi anni. La politica monetaria sta facendo il suo lavoro nell’economia. La crescita è in ripresa. E le aspettative di inflazione sono migliorate dalla fase peggiore». 8 aprile 2016 Draghi: «Per l’Eurozona rischio shock esterni». Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, mette sull’avviso su un 2016 difficile in cui «si pongono interrogativi riguardo alla direzione in cui andrà l’Europa e alla sua capacità di tenuta a fronte di nuovi shock». Ma la Bce, «anche davanti a forze disinflazionistiche su scala mondiale, non si piega a un livello di inflazione eccessivamente basso», ha scritto Draghi nella prefazione al rapporto annuale della Banca. Il dato preliminare dell’inflazione nel mese di marzo è stato negativo, a -0,1%, contro un obiettivo attorno al 2%.

Ma di cosa stiamo parlando? È ovvio e nessuno nega che la situazione globale dell’economia post-2008 ha visto emergere e sostanziarsi situazioni limite, i cosiddetti uncharted territories, ma qui il problema è di decenza, prima che di credibilità: come può la Bce e il suo presidente, i quali godono di un pletora infinita di economisti e tecnici, che si confrontano da sempre con le altre Banche centrali e i soggetti di mercati, che arrivano da impieghi decennali e prestigiosi nel mondo dell’economia e della finanza, non aver previsto a cosa andavamo incontro con le loro scelte? Da quanto tempo vi dico che il Qe è solo droga monetaria per mantenere in vita mercati e banche ma non serve a nulla all’economia reale e nemmeno a stimolare le prospettive inflazionistiche? Eppure hanno continuato su questa strada, adesso addirittura andando all’estremo dei tassi negativi e preparandosi a comprare anche prodotti legati al credito al consumo, visto che togliendo i bond corporate finanziari, l’espansione del Qe non avrebbe il minimo effetto, vista la platea ridotta di assets eligibili per l’acquisto.

Eppure siamo arrivati a questo punto. E per un solo motivo: si cerca di salvare il salvabile prima del tonfo finale, le parole dell’8 aprile scorso di Draghi, di fatto la sconfessione di due anni e mezzo di ottimismo mal riposto e prospettive errate, sono chiare: lo shock è inevitabile, si può cercare di tamponarlo, di limitarlo, ma arriverà. E qualcuno ne resterà vittima, per evitare che lo divengano tutti.


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